La Voce del Quartiere

Il presepe napoletano Con opere d’Arte

di
 Rosy Gubitosi

Nel periodo natalizio Napoli s’identifica con San Gregorio Armeno, la stradina del centro storico con una miriade di botteghe artigiane; tutt’intorno, nei vicoli adiacenti, centinaia di bancarelle stracolme di pastori e pastorelle, personaggi orientali, Re magi, mucche, pecore e capre sono mèta di visitatori provenienti da tutto il mondo.

L’idea del presepio, che pare sia venuta per prima a San Francesco, nel Quattrocento diventò popolare anche a Napoli, dove si sviluppò una vera e propria arte. Più tardi maestri come Lorenzo Vaccaro, Matteo Bottiglieri, Domenico Antonio Vaccaro e Giuseppe Sanmartino, grandi scultori del Settecento, si specializzarono nella modellatura di figure da presepio, nelle quali riversarono tutte le sfumature del proprio ricco linguaggio, ora naturalistico, ora barocco, ora più concretamente rococò.

Con l’arrivo di Carlo III di Borbone, il re riformista (1716-1788), il presepio prosperò e si diffuse fin nei borghi più lontani. Il re amava circondarsi di artisti e andava nelle botteghe degli artigiani a spiegare come voleva che fossero intagliati mani e piedi dei pastori, passava ore e ore a preparare le "scene" del presepio di carta, aiutato da pittori e scultori, con l’entusiasmo di un ragazzo, disponeva personalmente angeli e pastori, asinelli e buoi, mangiatoia e cammelli. Intanto, assistita da dame incipriate, la regina Maria Amalia cuciva gli abiti dei personaggi.

"Da una bottega all’altra racconta un giornalista di mezzo secolo fa – escono ed entrano amatori di presepi e pastori; arriva un carico di piccole case di cartone; il sughero trionfa con le sue contorsioni di magma vulcanico pietrificato, di rocce ridotte ai minimi termini. Si vive in un mondo di sogni. Di qua, di là, a sinistra, scenari di montagne bianche di neve, palmizi ebbri di sole, montagne di sughero che si azzuffano e mille e mille piccoli uomini dai vestiti sgargianti dei più inverosimili colori, in piedi, seduti e la teoria dei Re magi. Se passate di sera per San Gregorio Armeno, quando la luce delle lampade elettriche non giunge ad illuminare ogni angolo questo piccolo popolo di pastori sembra si animi e sorga dalle ceste".

Due gruppi presepiali del Museo di San Martino sono stati restituiti alla città, dopo i danni del terremoto del 1980. Molti altri presepi storici sono presenti in chiese napoletane, nei pressi della "Via dei pastorai" verso San Biagio dei Librai. Un esemplare ligneo, la cui origine risale al 1654, è allestito nella chiesa di San Lorenzo Maggiore. E’ costituito da ventuno pezzi a grandezza naturale; vere e proprie sculture. I presepi più caratteristici sono nella chiesa del Gesù Vecchio (della fine del Settecento) in Santa Chiara con pastori in terracotta; in Santa Maria del Parto a Mergellina (presepio del Seicento con pastori a grandezza naturale); nello Spirito Santo (presepio animato del Settecento).

Danno vigore alla tradizione i soci della "Associazione amici del presepe" che anche quest’anno hanno organizzato nella sala adiacente la Chiesa del Gesù, una mostra con più di duecento opere provenienti da tutta Italia.

"Scenografie e regia presepiale, accessori decorativi e notazioni di costume – racconta Gennaro Moscatelli – sono opere non solo di abili modellatori, ma soprattutto di valenti scultori".

Gli artigiani esperti nel lavorare la creta stanno, però scomparendo, ed è grande il rischio che con loro scompare anche il prodotto di qualità. In Via San Gregorio Armeno, dove nacque Giuseppe Sammartino, si coltiva in poche superstiti botteghe l’antica tradizione della modellatura delle statuine di terracotta. Questa, più che un mestiere, è un’arte che si tramanda di padre in figlio, un vero e proprio amore ereditato insieme alla tecnica. Giuseppe Ferrigno da tempo ha travalicato i confini nazionali con la sua fama di valente pastoraio. La sua bottega è un ambiente in cui l’odore della creta stemperata con quella della colla fa parte dell’arredo. Lunghe file di pastori di diversa grandezza e fattura sono allineate sugli scaffali. Sullo sfondo, un cucinino-fucina per la lavorazione del materiale. "E’ un’arte – dice – che in famiglia ci tramandiamo da duecento anni e che mio figlio Marco ha appreso tanto bene da superarmi".

Nel centro storico, nei decumani della vecchia Napoli, si lavora tutto l’anno. Solo in pochi giorni del mese di dicembre si vende al pubblico. "Da me vengono collezionisti che hanno particolari esigenze – aggiunge Ferrigno. Negli ultimi tempi alle cinque misure tradizionali dei pastori in terracotta (dai sei ai venticinque centimetri) ne ho aggiunta un’altra: quella di quattro centimetri, molto richiesta perchè è tornata di moda il presepio girevole sotto la campana. Poi ci sono i pastori vestiti, alti dai dieci ai trenta centimetri".

I maestri pastorai si rammaricano di vedere scomparire un’arte che ha dato tanto lustro alla città e che le istituzioni non si preoccupano di istituire corsi di specializzazione per renderle vigore. Che cosa sarebbe Napoli senza i suoi presepi?

25/12/2007