La Voce del Quartiere
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Qualcuno la chiama malasanità, qualcun altro si limita a parlare di pecche del sistema sanitario, fatto sta che negli ospedali napoletani non sempre le cose vanno come dovrebbero. Lo sapevo, me lo avevano detto tutti, ma solo quando ci hai a che fare in prima persona capisci tante cose. Quella che sto per raccontare è una storia personale, ma probabilmente anche una storia-tipo, replicabile per le migliaia di pazienti degli ospedali napoletani. Evito di dire il nome dell’ospedale in cui sono stato io, non per omertà, ma per ovvie ragioni di privacy. Ma andiamo ai fatti. Tanto per cominciare, di primo mattino, resto fuori dal reparto a bussare venti minuti. Da dentro fanno finta di non sentire, non vogliono farmi entrare, manco ci fosse stato il Luna Park lì dentro. Poi dopo un po’ arriva un’infermiera formato-mongolfiera che mi rimprovera per il ritardo. Lascio perdere ed entro. Mi viene in contro un medico che pare un mezzo filosofo. Invece di guardare me, guarda il soffitto. Mi porta in una stanza dove ci stanno un’altra dozzina di medici. Parlano così forte che invece del campanello, ai malati per farsi sentire servirebbe la campana di una chiesa. Il medico mi dice che gli serve assolutamente non so quale carta. Non ce l’ho, dico. Non fa niente, risponde. Questo non sta ben con la testa, penso. Poi arriva una telefonata dalla sala operatoria. Chiedono di me, devo scendere. Mi guardo. Nell’ordine ho addosso: polo rossa Sergio Tacchini, jeans un po’ consumato sulle ginocchia, Superga ex bianche, ormai gialle. Mi rendo conto che non posso scendere così in sala operatoria, ma la stanza per me ancora non c’è. Mi spoglio in piedi in medicheria, lascio la borsa ad un tizio che si trova a passare di lì e scendo in sala operatoria a piedi (meglio evitare l’ascensore). Sotto il camice lascio il boxer, per sicurezza. Arrivo in sala operatoria. Ci sono 20 persone dentro: medici, infermieri e specializzandi. Tanti specializzandi. Una marea di specializzandi. Pare un simposio di specializzandi. Mi guardano tutti. Sembrano garzoni di macelleria davanti ad un filetto di vitello: "prima o poi sarai mio". Mi siedo sul lettino, mi faccio fare l’anestesia da una specializzanda che con la siringa in mano pare Re Artù che sta per infilare la spada nella roccia, poi mi sdraio e non sento più le gambe. L’intervento dura un’ora. Davanti a me mettono un telo verde per non farmi vedere niente. Fortuna che si dimenticano di tapparmi le orecchie e sento tutto. Il mio medico parla soltanto. Sono gli specializzandi che mi mettono le mani addosso. Ad un certo punto si accorgono che manca un medicinale e tutti giù a ridere. Manca un medicinale e loro ridono. L’intervento finisce, mi riportano su. Adesso ho una stanza. Piccola, ma ce l’ho. Sporca, ma ce l’ho. Scomoda, ma ce l’ho. Era meglio che mi lasciavano in corridoio, accidenti. La mia fidanzata mi fa compagnia fino a sera, poverina. Le racconto almeno dieci volte quello che mi è successo: la stanza che non c’era, gli specializzandi, l’anestesia, eccetera, eccetera. Mi sento una vittima della malasanità. Penso che i giornali dovrebbero intervistarmi per raccontare il mio caso. Quando Valeria, la mia fidanzata se ne va, ne approfitto per parlare con i miei compagni di stanza. Quasi non c’avevo fatto caso, fino a quel momento, che c’erano pure loro. Mi faccio raccontare le loro storie. Peppe ha 28 e ha scoperto un tumore. Ciro ha 23 anni e ha scoperto di essere nato con un rene solo. L’ha scoperto adesso, per caso. Non lo sapeva. Teneva un rene solo e non lo sapeva. La mattina dopo mi dimettono, uscendo do un’occhiata a Ciro e Peppe. Ripenso a quando sono uscito dalla sala operatoria, a quando pensavo che succedessero tutte a me. Ho la vaga impressione che nessun giornale mi chiamerà per intervistarmi. Ma se proprio dovessero farlo, di certo parlerò di loro, parlerò di Ciro e di Peppe. N. Z. 21/10/2011
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