La Voce del Quartiere
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Tutti i Malick vengono per nuocere… di
Nicola Zanfardino Avviso ai naviganti: quella che state per leggere non è una recensione. E io non sono un critico cinematografico. Lo so che questa precisazione l’ho già fatta in altri articoli che ho scritto, ma come dicevano gli svedesi: repetita juvant. O erano i francesi? Mi sa che sono partito male. Resettiamo tutto e cominciamo da capo. Il film del quale voglio parlarvi è “Tree of life” di Terrence Malick, vincitore della Palma d’oro a Cannes, ma prima di farlo, devo ammettere una cosa: il film non l’ho visto proprio tutto. Non perché io sia uscito dalla sala prima che la proiezione finisse, lungi da me, non lo faccio mai. Diciamo che tra un momento e l’altro del film mi sono preso una pausa di riflessione. Con gli occhi chiusi. No, mica dormivo. Riflettevo. E non ho nemmeno russato. Almeno credo. Ok, ho sbagliato di nuovo la partenza. Resettiamo ancora una volta e ricominciamo. E speriamo che sia la volta buona. C’era una volta un regista, tale Terrence Malick: 68 anni e solo 5 film dietro la cinepresa, in 40 anni di carriera. Quasi sempre osannato dalla critica. Un po’ meno dal pubblico. Tre dei suoi film (su cinque) in qualche modo, hanno ricevuto un riconoscimento. Ma allora perché, io, i film di Terrence Malick proprio non riesco a digerirli? Mi fanno lo stesso effetto dei peperoni dopo il cappuccino. Indigesti e fuori luogo. Accidenti, ho esagerato ancora una volta. Giuro che è l’ultima volta che riparto da capo. Tree of life: l’albero della vita (l’ho tradotto per quelli che alle scuole superiori hanno fatto il francese) probabilmente rivela, già dal titolo, l’intento di raccontare l’esistenza e la morte in una prospettiva assolutamente interiore. Ops, mi sono appena reso conto di aver usato una tipica espressione da critico di cinema fallito, ma per onesta intellettuale nei confronti di voi lettori, non la correggo. E poi non mi va di ricominciare ancora una volta. Quindi confermo e vado avanti. Tree of life, dicevamo: storia di una famiglia che fa i conti con la morte di uno dei tre figli, anche se parlare di storia, per questo film, è decisamente un azzardo. Tutto procede per frame, per fermi immagini che bloccano sensazioni e sentimenti, con tante voci fuori campo – quasi fuori dal mondo per quanto sono ovattate e surreali – e una bella dose di musiche più o meno ecclesiastiche. O comunque spirituali. Insomma tutto quanto necessario a conciliare il sonno. Pardon, volevo dire la riflessione. Avanti così. I “momenti temporali” della narrazione sono due: da una parte Brad Pitt, padre-padrone di tre figli e dall’altra Sean Penn, figlio cresciuto di cotanto padre. Il tutto intervallato da momenti simil-mondo di quark, fatti di immagini e particolari di natura e corpo umano e poi fuoco, acqua, cielo, mare, terra, spermatozoi, dinosauri, meduse. Ho aspettato i titoli di coda del film sperando che ci fosse almeno una citazione per Piero Angela, ma invece niente. Che ingrati questi americani. Sean Penn ha fatto la passerella di Cannes di spalle, per protesta. Pare che siano state tagliate gran parte delle scene con lui protagonista. Infatti compare in tutto 5 minuti circa, in due soli momenti del film, all’inizio e alla fine. La medusa (quella degli intermezzi sulla natura) si vede più di lui. Immagino il momento in cui il regista ha mostrato il film montato a Sean Penn: per un due volte premio Oscar non deve essere stato particolarmente gratificante. Ma poi c’è la fotografia del film e – questo devo dirlo – è a dir poco stupefacente: immagini, colori, luci, inquadrature, ma anche i movimenti di macchina e gli effetti speciali sono nettamente sopra la media. E qui alzo le mani. Malick ha scelto come direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki, suo fido collaboratore e agli effetti speciali,Perdonatemi se mi sono lasciato andare. Non vorrei essere frainteso. Non sto auspicando un mondo di cineasti alla Vanzina, con dieci, cento, mille “Natale in dove-cavolo-ti-pare” o “American Pie”. Nulla di tutto questo. Mi piacerebbe semplicemente se il gusto della gente, contasse qualcosa nel valore complessivo che si attribuisce ad un film. In fondo anche l’Oscar sta andando in questa direzione: Il discorso del re, Il grinta, Social Network, Inception, i film di quest’anno erano nettamente più accessibili di questo. Ma come si comporteranno ad Hollywood nei confronti del film di Malick? Sarà candidato anche agli Oscar? Vincerà? Francamente non lo so. E nemmeno me ne importa. Per fortuna io non faccio il critico, ma semplicemente lo spettatore. E posso dire quello che mi pare, quando mi pare, senza paura di essere estromesso dalla casta. Spero soltanto che il prossimo film che andrò a vedere, non sia di quelli che ti costringono a… riflettere troppo. Passo e chiudo.
05/06/2011 |