La Voce del Quartiere
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di Nicola Zanfardino
Lo dico subito a scanso di equivoci: ancora non ho deciso se mi è piaciuto l’ultimo film di Sorrentino. Ci sto pensando. L’ho visto ieri sera e ancora ci sto pensando. E credo che ci penserò almeno tutto oggi, prima di sbilanciarmi in un giudizio. Ho fatto un po’ di zapping sul web per leggere le recensioni di chi di cinema ne capisce più di me, e ho trovato pareri molto discordi. La verità è che questo film sconcerta, suscita sensazioni ambigue. Forse andrò a rivederlo This must be the place, così magari capisco se mi è piaciuto, oppure no. Per chi non l’avesse visto e non vuole sentirsi escluso da questa discussione, This must be the place racconta la storia di Cheyenne (personaggio interpretato da Sean Penn), ex rockstar tutto rossetto e capelli cotonati, (ma con una moglie) alle prese con una crisi depressiva di mezza età. Cheyenne, spinto anche dalla morte del padre e dal peso di quel rapporto irrisolto, decide così di partire. Un viaggio alla ricerca di sé stesso e non solo, con una metà precisa e qualche imprevista tappa intermedia. Certi aspetti del film sono ineccepibilmente belli: l’interpretazione di Sean Penn è a dir poco superlativa e il suo personaggio è di quelli che il cinema non ci offre tutti i giorni. La fotografia, poi, è merce rara per il cinema, non solo italiano: ogni inquadratura è studiata nel minimo dettaglio e i movimenti di macchina non sono mai quelli che ti aspetti. Ma può bastare tutto questo a fare un grande film? Probabilmente no. Senza contare che le aspettative di critica e spettatori erano altissime. Prima di andare al cinema ho ascoltato in tv il commento al film di Anselma Dell’Olio, a Cinematografo su Rai Uno, che – senza parlare né troppo bene, né troppo male del film – diceva più o meno così: "in This must be the place il tutto non è maggiore della somma delle singole parti." Lì per lì non ho capito cosa volesse dire veramente, poi vedendo il film mi sono reso conto di quanto avesse ragione. Il film di Sorrentino ruota tutto intorno al personaggio di Cheyenne e ci ruota così tanto e così vorticosamente che qualche volta perde la bussola, non capisce più dove sta andando. Anche i dialoghi spesso sono troppo ostentati, più funzionali all’esaltazione momentanea del personaggio che non al suo percorso complessivo. Il film ha dei momenti sensazionali, sorprendenti e suggestivi, che scatenano lacrime e sorrisi in rapida successione, ma tra tutti questi momenti non sempre c’è il necessario raccordo. La storia è vampirizzata dal personaggio e tutto quello che Cheyenne fa è sempre e comunque meno importante di quello che Cheyenne è. E non ce la si può di certo cavare dicendo che è un film introspettivo. Un film è grande quando l’introspezione arriva fuori, detta il percorso, crea attenzione e – perché no – suspense nello spettatore. This must be the place, in sintesi, è un’occasione sprecata. L’occasione per Sorrentino di entrare nella storia del cinema italiano e mondiale. Resta comunque un bel film, che vale la pena vedere, che non disturba, che suscita qualche piacevole suggestione e interessanti riflessioni. E Sorrentino, ha tutto il tempo davanti (e i tutti i mezzi a disposizione) per conquistare, un giorno non troppo lontano, un posto nell’Olimpo del cinema.
20/10/2011
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