|
Siamo uomini o giornalisti?
di
Nicola Zanfardino
Si dice che un buon giornalista sia quello capace di arrivare sulla
notizia prima degli altri. E magari di trovarsi sul posto in cui il
"fatto" avviene prima che sia troppo tardi, così da dare informazioni
sull’accaduto sulla base di ciò che ha visto e non solo di quello che
gli è stato raccontato. I propri occhi e le proprie orecchie, insomma,
prima di qualsiasi fonte o testimone. Questione di talento,
ovviamente, di intuito, di esperienza. E qualche volta di fortuna.
Perché capita che sul "fatto" ci si trovi non per scelta, ma per una
mera e pura coincidenza.
Così è successo a me, ieri, quando, uscito dall’asse mediano ad
Afragola, mi sono ritrovato nel bel mezzo di una guerriglia urbana che
stava per nascere. Il tutto è accaduto nel Rione Salicelle, quartiere
degradato sito, appunto, all’uscita di Afragola (provincia nord di
Napoli) dell’asse mediano. Qui, ormai da anni, centinaia di famiglie –
perlopiù di origine napoletana e rimaste senza casa dopo il terremoto
del 1980 – occupano abusivamente le case popolari. Motivo per il quale
sono stati disposti alcuni sfratti che proprio in questi giorni
avrebbero dovuto avere inizio. Ma, poi, ci si è messo di mezzo
l’intero quartiere che ha bloccato le strade con i copertoni, ha
bruciato cassonetti e rifiuti per strada, ha attaccato gli agenti di
polizia con bottiglie e altri oggetti contundenti. Lì in mezzo, prima
che tutto degenerasse, c’ero anche io.
Erano le 16.30 circa, non c’erano ancora le forze dell’ordine, non
c’erano scontri, non c’erano fiamme e lacrimogeni, non c’erano oggetti
che volavano per aria, non c’erano ancora stati i due arresti ai due
presunti promotori della guerriglia. C’era solo caos, tanto caos. E
centinaia di persone in balia degli eventi. Ho visto donne e bambini
scendere per strada, senza sapere dove stavano andando e a far cosa.
Ho visto uomini assurgersi a capi popolo, senza sapere veramente quali
ordini dare e a chi. Ho visto passanti – in auto – che velocemente
facevano inversione di marcia e con la coda dell’occhio seguivano i
protestanti, senza sapere se valesse la pena, starsene a guardare o
lasciarsi sopraffare dalla paura. Prima è stata bloccata la strada che
dall’uscita dell’asse mediano portava verso il centro del paese, poi,
mentre tutti tornavamo indietro, provando a riprendere l’asse mediano
(l’unica via di fuga rimasta disponibile), alcune persone hanno
cominciato a tirare fuori dei copertoni per bloccare anche quella
strada. Non era chiaro cosa stesse succedendo. Non lo era per noi
passanti. Probabilmente non lo era nemmeno per loro che protestavano.
Quando ho capito che la curiosità non era un motivo valido per
rimanermene lì, a fare comunella con una massa inferocita e
irrazionale, già c’erano decine di copertoni davanti a me. Li ho
dribblati, con una prontezza di riflessi che non pensavo di avere e ho
ripreso l’asse mediano, fino alla prima uscita utile. Non ne sono
sicuro, ma credo di essere stata l’ultima macchina riuscita a passare.
Poi il caos.
Nel giro di un’ora la zona è stata bloccata, sono arrivate le
camionette della polizia, tutto l’asse mediano era, di fatto,
paralizzato. Quattro ore di guerriglia bella e buona, che si è placata
solo quando è arrivata notizia che gli sfratti sarebbero stati
rimandati a data da destinarsi. Un intero quartiere sceso in massa per
strada, a sostegno di vicini e dirimpettai. Non che si trattasse di
semplice cortesia, dettata dalle regole del buon vicinato, sia chiaro.
Il fatto è che lì in quel quartiere di abusivi ce ne sono tanti,
tantissimi. Gente, quasi sempre, di un livello culturale non troppo
alto, eppure dotata di un insospettabile acume, quando in ballo ci
sono i propri interessi. Merito o colpa di un’educazione acquisita per
strada, più che sui banchi di scuola, figlia di una povertà
irreversibile, con il suo bagaglio di regole e vizi, con le sue norme
comportamentali e i suoi cliché, spesso incomprensibili per chi quegli
stessi mondi non li vive e condivide. In quel rione, esempio tangibile
di tutto ciò, mai nessuno è stato sfrattato. Ormai da 30 anni. E guai
a permettere che si cominci. Sarebbe un precedente troppo pericoloso
per tutti gli altri che abusivamente ci abitano. Potrebbe essere un
stimolo per istituzioni e forze dell’ordine a continuare, a completare
l’opera di pulizia. E invece no, c’è da far intendere, chiaro e tondo,
che il gioco non vale la candela, che è meglio desistere. Per questo,
seppure a malincuore, sento di dover definire quei comportamenti
sapienti. Sapienti perché funzionali al (loro) obiettivo finale.
A queste conclusioni ci sono arrivato ieri, mentre repentinamente
provavo a tirare fuori me e la mia macchina nuova dalla genesi di un
inferno. E ci sono arrivato perché in quel momento non ero un
giornalista. O almeno non soltanto. Ero un uomo in mezzo ad altri
uomini. E - al di là del talento e dell’intuito che potrei anche non
avere - è questo il vero segreto per raccontare il mondo. O no?
Un po’ di queste cose le ho sempre pensate. Il resto, l’ho capito
ieri, mentre repentinamente provavo a tirare fuori me e la mia
macchina nuova dalla genesi di un inferno. L’ho capito perché in quel
momento non ero un giornalista. O almeno non soltanto. Ero un uomo in
mezzo ad altri uomini. E - al di là del talento e dell’intuito che
forse mi appartiene, o forse no - è questo il vero segreto per
raccontare il mondo. O no?
30/09/2006
|