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Se ce l’ha fatta Maradona…
di
Nicola Zanfardino
Qualche settimana fa, nel bel mezzo dei mondiali, mi
sono ritrovato a parlare, con una persona di Milano, di Diego Armando
Maradona,.
A Milano, si sa, non tutti hanno amato Diego, eterno rivale negli anni
d’oro della Napoli scudettata. Eppure il mio interlocutore, milanese
evidentemente atipico, mi ha tenuto diversi minuti al telefono per farmi
un lungo e spassionato elogio del Pibe D’oro. Ineccepibile la sua
conclusione:
"Adesso a Napoli, puoi andare da un tossico e dirgli: se ce l’ha
fatta Maradona, puoi farcela anche tu."
Di Maradona si sa tutto, o quasi. Per molti il più grande calciatore di
tutti i tempi, è stato costretto al ritiro per i problemi con la cocaina,
quando ancora era il più forte di tutti. La stessa cocaina che l’ha
portato, qualche anno dopo, a un passo dalla morte. Poi, inaspettata anche
da chi lo stimava di più, la sua rinascita, l’intervento per ridurre la
massa grassa e i problemi di affaticamento al cuore e la nuova vita
sportiva da allenatore dell’Argentina. La sua Argentina. L’unico popolo
capace di mostrargli la stessa passione e lo stesso incondizionato amore
che ha incontrato a Napoli. La sua Napoli. Quella che – estate 1990 – ha
fatto il tifo per lui, calciatore dell’Argentina che stava facendo fuori
l’Italia dal mondiale. E ancora: la Napoli che – estate 2010 – ha trovato
immediato sollievo dall’eliminazione prematura della nazionale di Lippi,
spostando il tifo verso l’Argentina di Diego. Con tanto di vessilli e
bandiere, sventolati dalle finestre. Perché anche adesso che il nuovo
Napoli, di De Laurentis, lascia intravedere piacevoli spiragli per il
futuro, il popolo di Napoli ha ancora bisogno di Maradona. Insomma, detto
fuori dai denti, Diego ha rappresentato per noi napoletani, una sorta di
rivincita verso il resto d’Italia e del mondo. Per la prima volta abbiamo
avuto qualcosa che Milano, Genova, Torino ci invidiavano, e al diavolo la
disoccupazione, la delinquenza, l’arretratezza industriale. Noi avevamo
Diego ed era questo che contava. Diego era una sorta di cura temporanea a
tutti i dispiaceri della vita. Per due ore la Domenica si entrava in una
specie di Nirvana all’interno del quale tutto era bello, all’interno del
quale era Napoli che comandava. E se un anno perdevamo lo scudetto non era
per merito degli altri, ma perché eravamo stati noi a venderglielo. E
anche quando Diego se ne andato, per perdersi nei vicoli oscuri di una
vita infame, da drogato e da malato, il suo influsso magico ha continuato
ad attraversare la città. Qualche anno fa fu ritirata la maglia numero
dieci e, addirittura, negli anni della serie B, per un anno, i giocatori
del Napoli vennero fatti vestire con una maglia simil-Argentina, come se
questo potesse bastare a risollevare Napoli, squadra e città. Poi ci fu il
fallimento. Il buio totale. Si è ripartiti da zero, 5 anni fa. Tanti
progetti, tante ambizioni, tante novità. Ma è bastato vedere Diego ai
bordi di un campo di calcio, perché l’idea di un suo ritorno tornasse a
solleticare le fantasie di tutti i tifosi napoletani. E, un po’, anche
della dirigenza. Purtroppo l’avventura mondiale di Diego non è andata come
tutti speravamo. Tornato in Argentina, l’intero popolo lo ha osannato,
chiedendogli di rimanere comunque alla guida della squadra. Probabilmente
a Napoli, per lui – e solo per lui – avrebbero fatto lo stesso.
Molti dicono che il Maradona allenatore non sia
grandissimo, perlomeno non come lo è stato da calciatore. Ma questo non
ditelo agli argentini. E nemmeno ai napoletani.
(15/07/2010)
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