La Voce del Quartiere
|
Massimo Ranieri in Napoli Milionaria di Nicola Zanfardino Torna Massimo Ranieri, torna il teatro in tv, torna Eduardo De Filippo. E torna con una dei suoi testi più conosciuti, forse uno dei più belli (anche se fare una classifica delle opere di Eduardo è davvero difficile). Torna, insomma, Napoli Milionaria. Una commedia scritta nel 1945 e messa in scena per la prima volta al Teatro San Carlo. Nel 1950 se ne fece anche un film, anch’esso famosissimo con, tra l’altro, il celebre cameo di Totò, nei panni del finto morto. Addà passa ‘a nuttata, diceva Eduardo. Addà passà ‘a’ nuttata, gli fa eco Ranieri un bel po’ di lustri dopo. La traduzione del testo, da napoletano a italiano, fortunatamente ha risparmiato la sua frase più celebre, quella entrata nel linguaggio comune anche dei non napoletani. Di fronte a questa italianizzazione di Eduardo, qualcuno storce il naso, in fondo lui, De Filippo, si era fatto capire benissimo da Bolzano a Canicattì, senza bisogno di alcuna "pulizia" del linguaggio, ma c’è da dire che in Napoli Milionaria – a differenza di Filumena Marturano, già portata in scena da Ranieri a Dicembre – l’uso della cadenza dialettale ha un po’ addolcito il passaggio. Non è la stessa cosa, certo, ma meglio che niente. Sia chiaro: qui non si tratta di paragonare Massimo Ranieri ad Eduardo De Filippo, perché il paragone non avrebbe nemmeno senso di esistere. Troppo grande il divario. E poi quei personaggi Eduardo se li scriveva per sé, se li cuciva addosso, tanto da farlo apparire ancora più grande – come attore – di quanto in realtà fosse. E non reggerebbe il paragone nemmeno tra il resto della compagnia di De Filippo e quella di Ranieri. Ma non è questo il punto. Ciò che conta è che questa operazione ha permesso a quasi 5 milioni di italiani di scoprire (o riscoprire) Eduardo e il suo teatro, quello che racconta la società e le persone con una lucidità e una profondità di analisi che non hanno troppi eguali. Eduardo non scriveva semplicemente storie, creava esseri umani che vivevano di vita propria e lo faceva con una impeccabile verosimiglianza alla realtà. I suoi personaggi erano sempre coerenti in tutto ciò che dicevano e facevano con il loro "carattere" e la loro "personalità", Eduardo nella scrittura non costringeva mai i personaggi a piegarsi alle esigenze della storia. E così facendo svelavano ogni volta spaccati di vita da prospettive sempre e comunque interessanti. I suoi - provo a rendere l’idea con un gioco di parole - non erano personaggi di una storia, ma storie di personaggi. O meglio ancora, di persone. E non è una sfumatura da poco. Gennaro Iovine, poi, è uno dei suoi personaggi più riusciti, uno di quelli che ti piacerebbe trasformare in persone reali, per poterli incontrare, per poterci parlare, per sapere come la pensano su questa o quell’altra cosa. Personaggi e storie così meritano di essere raccontate e tramandate dai padri ai figli e in questo la tv può e deve fare il suo. Con Ranieri o chi per lui. Per capirsi, senza troppi giri di parole: il teatro di Eduardo è così grande da poter reggere anche senza il "Maestro" in scena. E a Massimo Ranieri va innanzitutto il merito di averlo riportato in auge. Cinque milioni scarsi di spettatori non sono un risultato strepitoso, rispetto al battage pubblicitario che è stato fatto, ma sono comunque un "numero" importante. La sera precedente alla messa in onda della commedia, a Porta a Porta, da Bruno Vespa, lui (Ranieri) e Mazza (direttore di RaiUno) hanno raccontato di come, quasi da incoscienti, una sera d’estate hanno deciso di lanciarsi in questa sfida per nulla vinta in partenza e ad ascoltarli, di questo ne sono certo, anche Eduardo ne sarà stato contento. 05/05/2011 |