la Voce del Quartiere
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AL CINEMA TOY STORY 3 Regia di Lee Unkrich
di Guglielmo Fiorillo
E' bello vivere nell'immaginazione di qualcuno" (sostengono Antonioni e Wenders in "Al di là delle nuvole"), almeno finchè l'immaginazione è vivace e ha il respiro di un gioco. Lo sa bene il team creativo della Pixar che con Toy Story 3 ha realizzato il migliore dei film della serie. Apertura su quale scena vede il bambino mentre gioca, senza aver cura della trama e preoccupandosi solo di utilizzare tutti i giocattoli disponibili (proprio come accade nel cinema"di azione" pensato per gli adulti) e poi tutta la malinconia del rito di attraversamento nell'età adulta. I bambini crescono e i giocattoli finiscono in soffitta, oppure possono essere gettati via come cose inutili o donati in beneficienza. Così accade ai protagonisti della storia, che scoprono con amarezza le regole carcerarie di un asilo infernale. Convinti di essere stati abbandonati, i giocattoli dovranno imparare che non diffidare dell'ignoto è necessario quanto non fidarsi delle apparenze. E poi, siamo sicuri che tutto sia rimpiazzzabile nel mondo attuale (come mostra di credere Kieslowski in "Film bianco")? Toy story, pur semplificando molto, come si addice a un film (apparentemente) per bambini, sviluppa la trama del dubbio, suggerendo che l'intelligenza e il coraggio hanno il vizio di non piegarsi, di resistere anche quando i condizionamenti (e il Fato) sembrano avversi. E' necessario però che i giochi dei bambini ( e degli
adulti) tengano conto della loro età e li aiutino a crescere, non a rimanere
nella grande illusione di una vuota, assolutoria incoscienza. Omaggio
bellissimo al cinema della fuga, da Renoir a Bresson, senza dimenticare Don
Siegel, Toy Story 3 è una dimostrazione del potere liberatorio della
bellezza (autoironica) e dell'arguzia narrativa. Preceduto come sempre da un
corto geniale (che qui rivisita il mito greco dell'incontro tra la Notte e
il Giorno), il film è un piccolo manifesto di creatività, che infrange la
soffocante gabbia di bugie del conformismo dilagante e lascia per una volta
sperare nell'"uomo che verrà".
27/07/2010 |