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AL CINEMA IL GIARDINO DI LIMONI di Eran Riklis
Il Giardino di Limoni risulta meno incisivo di "ticket to gerusalem" (di masharawi), che descrive in modo documentaristico e puntuale le effettive condizioni di vita dei palestinesi sotto la dominazione israeliana, pur conservando lo spirito acre e non rassegnato che Emil Habibi esprime nel più noto romanzo palestinese sul tema ( "il pessottimista"),.
Il
film guarda all'assurdità della tragedia in
atto principalmente con lo sguardo delle donne; come se soltanto le donne
(non solo per il rapporto particolarmente stretto che hanno con la vita)
riuscissero a cogliere la follia di tutti gli errori commessi nella storia
del conflitto tra i due popoli.
Narra la vicenda reale di una
donna che si è battuta per difendere il secolare giardino di limoni della
sua famiglia ritenuto una minaccia per il ministro della difesa isreliano,
divenuto purtroppo suo vicino di casa.
Ma non c'è nulla di casuale, nelle scelte
del popolo israeliano, che ha i mezzi e la determinazione per difendere il
risultato di una guerra di occupazione, vinta e rivinta molte volte.
Vinta
fino al punto di poter ignorare le risoluzioni dell'Onu e gli inviti ad
accettare realmente l'esistenza di uno stato palestinese; l'idea che l'uso
sproporzionato della forza con lo scopo apparente di abbattere un governo
ostile (ma davvero è così strano che i palestinesi in libere elezioni
eleggano un governo ostile alla politica israeliana?), quest'idea di
dominazione sanguinaria, che persegue la soccombenza materiale e morale
degli avversari, che li tiene in semischiavitù e li sfrutta, minacciando e
realizzando ad ogni momento un nuovo blocco, un nuovo muro, una nuova
limitazione.
Quest'idea, che comporta una reazione
disperata e sanguinaria, rischia di distruggere l'anima, l'umanità (il
bisogno, quasi tutto femminile, di umanità) di entrambi i popoli, e allora
il giardino di limoni è forse un simbolo ed assume ancora più valore la
parziale vittoria della donna, che riesce almeno a impedirne la distruzione
e ad affidare al tempo la risposta mancante, l'unica possibile, la
convivenza e la sicurezza che gli uomini tutti hanno il diritto di costruire
e difendere, soltanto se pensando per se stessi ( "se non ora, quando?")
riusciranno anche a riconoscere se stessi negli altri.
Quel giorno, che oggi appare ancora così
lontano ( forse impossibile) il giardino, non sradicato (come non si
sradicano le radici di un uomo e di un popolo) forse fiorirà di nuovo.
25/02/2009 Guglielmo Fiorillo |