La Voce del Quartiere
 


UN OMAGGIO ALLA CENTRALE DEL LATTE
di
 Ciro Pollice Manzella

Che scherzi ti fa la fantasia davanti ad un cancello chiuso. Queste mie osservazioni le potrei chiamare le riflessioni di un ex uomo con la tuta, ora in pensione.

Vi ho passato quaranta anni della mia esistenza lavorativa. Con la mente torno al primo giorno che ho varcato questa soglia, non mi era nuovo questo luogo, perché prima di me era passato mio nonno, anche lui un operaio tecnico delle prime caldaie a vapore. 

Avevo diciotto anni,  con la lettera d’assunzione in tasca e tremante, mi sono recato dal custode che con la sua divisa simboleggiava l'azienda, là ho avuto il mio primo impatto con la realtà: ho conosciuto il vero volto del capitalismo italiano.

Trucido, crudele ed arrogante, miope e senza umanità che nell’azienda impera sull’individuo, dove ti fa sentire subito un suddito e non un cittadino, ed ho capito che se non avessi lottato non sarei mai diventato ( un uomo quasi libero).

 Ho dovuto subito imparare a mie spese. E' stata una vera scuola di vita e d’esperienze, pensate! In un’azienda quanta osservazione possiamo fare, c'è tutto lo scibile umano, si parte dall'economia, che è la base di ogni organizzazione di ogni civiltà moderna, si passa all’emancipazione, alla democrazia, alla libertà ed alla giustizia, e là dove, dovrebbe esistere una tolleranza ed una solidarietà, invece pur di far carriera si passa sopra a tutto e a  tutti, in poche parole in un ambiente di lavoro  trovi di tutto.

Ma, la prima cosa che si impara è la cattiveria dell'uomo, l'invidia personale che inveente le calunnie, pur di fare carriera fanno di tutti, il ruffianamento, gli intrighi, i crumiraggio, le falsità e tutta la vecchia armamenteria della classe operaia, ma io per questi individui coniai uno slogan dispregiativo, 

"il parpacchio!"

Chi era costui? La furbizia subdola del maligno e sadico colui che gode solo quando fa del male, e commette tutte le più abominevoli azioni che un uomo può pensare.

Quanti argomenti, ti passano per la mente ma prendiamo uno solo di questi argomenti: il lavoro. Quando ti trovi di fronte un'azienda che chiude e la fanno morire, non puoi non pensare alle autorità che governano il paese, che non si rendono conto che le aziende sono un bene sociale e non solo un mezzo per produrre ricchezza  per i più furbi e senza scrupoli, che pensano solo al loro arricchimento personale, ma prima di tutto il lavoro è dignità per la persona umana.

Adesso che stanno orientando tutto verso le privatizzazioni ed è incominciato il solito sfruttamento dell' uomo sull' uomo,  vedi che da un lato sale la produzione e la ricchezza, e da l'altro lato aumenta la disoccupazione, e qui che a mio giudizio ci vuole un correttivo, per esempio come lo stipendio minimo per tutti coloro che lasciano la scuola, e vanno alla ricerca del primo impiego.

E guardo con tenera tristezza quei giovani in cerca di prima occupazione,  nel loro sguardo leggo tutta la paura e le preoccupazioni per un loro futuro. E danno solo preoccupazione e non serenità e tranquillità alle loro famiglie.

Ma ritornando alla centrale del latte, una domanda sorge spontanea:   come hanno fatto a far fallire questa bella azienda? Quando sono entrato io a lavorare la chiamavano la miniera dell'oro bianco, e in buona sostanza non è cambiato praticamente molto, dalla sua fondazione, cioè la raccolta, il controllo e la distribuzione del latte fresco. Sì è vero, è uscito il latte a lunga conservazione ma questo è tutta un'altra cosa .
Questo il mio rammarico,  il mio rancore, la mia rabbia, che offende la mia dignità e mi colpisce nello orgoglio di ex operaio e di cittadino.

 


  foto di Carlo Gubitosi


Fiera della casa 1960

 

 Gennaio 1995