la Voce del Quartiere

 

Giugliano Processo a Don Rodrigo

Motivi della decisione

Emerge anche stasera, confermandosi ipotesi accusatorie che durano da oltre due secoli, che il movente che mosse DON RODRIGO ad una serie di azioni criminose a voi tutti ben note, non è né la libidine né la passione per una giovane e bella fanciulla né un mal sopita voglia di violenza, forse anche carnale; il movente è, invece, la scommessa, il puntiglio, il gioco, certamente tragico ma che non è solo del nostro imputato ma di una intera classe sociale.

Ciò non significa che la individualità, certamente negativa di DON RODRIGO possa essere in qualsiasi modo giustificata per essere la stessa generata e frutto negativo di un complesso di motivi sociali e storici: egli è il nobilotto degenere, l’antico feudatario che reputa tutto, uomini e cose, come roba sua, e cerca far valere il suo diritto con la forza, circondato da una banda armata.

La sua vita come quella dei suoi pari, non ha scopo; l’ozio rode in lui tutto ciò che di elevato vi aveva posto la sua natura umana e lo volge al male; pesa su di lui come un macigno l’atmosfera della sua torbida personalità e quella della sua classe sociale.

Ciò che lo spinge al male è il puntiglio, il falso punto d’onore, il dubbio che i suoi pari, addirittura i suoi avi defunti, di lui possano pensare non essere eguale agli altri, ovviamente del suo rango: le beffe del cugino e i ritratti dei suoi antenati sono il vero motore delle sue azioni.

Purtroppo giammai si redente: l’improvviso e spaventato ridestarsi della sua coscienza dopo il tempestoso colloquio con padre Cristoforo non segna l’inizio di un processo di vera redenzione, come accadrà per l’Innominato, redenzione che non trova neanche sul giaciglio di morte, tradito dal suo più fido servo, depredato di ogni suo bene e violentato nella sua umana dignità.

Ma la sua grandezza artistica e la sua forza di suggestione, che si diffonde segretamente per tutto il romanzo permeandolo di sé, la sua assoluta insensibilità morale, l’assoluta mancanza di riflessione di quella prepotenza bruta e capricciosa, quella vita d’istinto che neanche sospetta la propria amoralità; quelle tenebre per un attimo illuminate solo per un lampo, e rese più sensibili dalla profezia di fra Cristoforo, precipitosamente troncate da una misteriosa paura ne fanno il vero ed assoluto protagonista non solo della sua vita o di una epoca storica, ma, per quello che in questo processo interessa, dell’intero romanzo: cupo, cruccioso, capriccioso, vertiginoso di dentro, fino a soverchiare di personalità tutti, anche la semplice, modesta e privata vicenda degli sposi promessi.

E quale protagonista, Don Rodrigo, inevitabilmente finisce per costituire luogo ideale di appuntamento per i sordi alla voce vera del Manzoni, al senso di Dio e della Provvidenza che accompagna tutti i personaggi della vicenda narrata siano essi i più umili ovvero i più potenti ovvero, e soprattutto, siano quelli che riescono con un semplice gesto, come la raccolta pietosa di capelli di una bimba vestita di bianco come il suo esamine corpicino, riescono a dare al lettore attimi di grande ed intensa commozione: chi ha generato è attonita nel momento in cui svanisce per il suo germoglio la speranza di un nuovo giorno, di rivedere novellamente il sole o le stelle, il sereno o la pioggia.

Nessuno però, neanche la tenera, dolce e struggente madre di Cecilia è il vero protagonista, l’unico è lui che da la stura a tutta la vicenda permeandola di se; senza di lui non avremmo giammai letto pagine indimenticabili, struggenti o ì lari che siano, e che hanno accompagnato fin dalla adolescenza il nostro divenire uomini,

Ed è solo per questi motivi

perché vero ed indiscusso protagonista pur nella assoluta negatività del suo vivere e dei suoi comportamenti, Don Rodrigo va assolto da ogni imputazione a lui ascritta.
 

 Antonio Panico

Giugliano, 19.12.2008

 

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