La Voce del Quartiere

Una scuola aperta a tutti non basta…..

di
 Luigi Antonio Gambuti
 

Da tempo, come se fosse l’ultima conquista in termini di riformismo scolastico, si va dicendo che la scuola deve essere aperta a tutti e che bisogna garantire a tutti il diritto allo studio. Non è questa, certamente, una novità, anche se per chi la enfatizza sembra essere una pedina vincente sulla scacchiera del dibattito sulla scuola. Una scuola così non serve a niente e a nessuno. La questione è antica e va ridotta nella sua dimensione storica, allorquando una scuola per pochi divenne una scuola di molti per non dire la scuola di tutti. Si cominciò all’inizio degli anni ’60 con l’istituzione della Scuola Media Unica che, per prima, abolì la discriminazione tra ricchi e poveri, fondendo in un unico sistema l’avviamento professionale e la prima scuola ginnasiale. Restava, tuttavia, una latente differenziazione, che durò sino agli inizi degli anni ’70, quando, a seguito della contestazione del ’68, il mondo occidentale s’interrogò sui destini formativi delle giovani generazioni e dell’avvenire culturale dei popoli, affrancati dal colonialismo, coscientizzati dalla diffusione planetaria dei mass-media e resi responsabili delle loro scelte in materia politico-governativa.

In Italia la scuola si aprì alle domande di democrazia e libertà, offrì la mano al mondo esterno, invitandolo a partecipare alle scelte in merito alla sua gestione; si fece carico di essere a servizio dei molti, sì , ma si fece a misura di ciascuno, pur mantenendo la garanzia dell’esercizio del diritto allo studio da parte di tutti.

Non più una scuola "letto di Procuste" dunque, ma una scuola viva, flessibile, che si faceva a misura dell’alunno; non viceversa come lo era stato fino ad allora. Fu ripreso, quindi, l’antico concetto liberale dell’uguaglianza garantita per tutti i cittadini, e si arricchì della proposta-esigenza di farsi carico dei problemi-bisogni educativi di ogni singolo allievo, per non lasciare scarti di lavorazione lungo il tracciato formativo.

Vennero di seguito le aperture programmatiche verso il territorio e le sue esigenze, il recupero della dignità delle persone diversamente abili, le strutture a classi aperte ed altre innovazioni che sino ad oggi hanno rappresentato un adeguamento costante al mutare della società e della cultura, per non lasciare distante l’apparato dell’istituzione dalla pressione evolutiva dell’istituente.

Come abbiamo scritto di recente, quando questo avviene, la scuola va in crisi e muore, diventando nella società un peso e per i giovani una inutile faticosa condanna "culturale".

Questo è il rischio che si corre oggi, con le riforme in discussione.

Il ritorno al maestro tuttologo, al grembiulino o al deterrente del voto in condotta, per non dire d’altro, riporta la scuola verso una deriva autoritaria del sistema formativo del Paese.

E, quasi ad affermare questa tendenza, i vari portavoce del Governo si affannano a dire che la scuola deve essere aperta a tutti e si fermano lì. Come se fosse una novità da sbandierare, come una conquista da acquisire. Se ci si ferma a questo concetto di scuola, molti figli di povera gente non sapranno che farsene di una scuola così, e così i loro figli e i figli dei figli.

Come era una volta.

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  22/11/2008