La Voce del Quartiere

Un chiaro NO allo smantellamento del Paese

di
Luigi Antonio Gambuti
 

Non fosse altro che per due motivi che bisogna votare NO alla riforma costituzionale voluta dalla ex maggioranza parlamentare.

Il primo è che non bisogna diventare complici di una azione riformatrice connotata da ricatti di coloro i quali l’hanno messa in campo; il secondo per non dare forza ad una vendetta assurda rivendicata da un personaggio che non è riuscito - e forse non ci riuscirà mai-a metabolizzare una sconfitta elettorale sul versante della politica e va cercando rivalse sul versante istituzionale così come dovrebbe essere vista e gestita la imminente consultazione referendaria.

Basterebbero già queste due ragioni per respingere al mittente il "pastrocchio" e far capire -se potrà mai capirlo- che non si baratta l’interesse nazionale con il tornaconto personale , fosse questo soltanto supportato da fanatismi e presunzioni che mai e poi mai dovrebbero alimentare una contesa politica.

Gli italiani, offesi ancora una volta nella loro dignità di cittadini e degni di essere chiamati tali, sono quelli che andranno a votare NO e col voto daranno un colpo di ramazza alla riforma e faranno capire -ma lo capirà?- a chi ha perduto le elezioni che la scena è cambiata ed è bene farsene una ragione e mettersi da parte.

A seguire vengono le ragioni politiche. Si vota NO non per motivi ideologici ma per non distruggere il patrimonio di valori che cementa l’unità del Paese ; si vota NO per non avere tante sanità, tante scuole e tante polizie locali; si vota NO per non dividere la nazione e aggravare il gap tra ricchi e poveri; si vota NO per tenere coeso il tessuto democratico e ristabilire la cultura della sussidiarietà e della solidarietà nazionale.

E per finire.

Si vota NO per non avallare la voglia di presidenzialismo esasperato - quasi al limite di una dittatura sudamericana- maturata e legiferata da chi riteneva di rivestire i panni di un moderno Napoleone solo perché s’era "fatto da solo" e non era capace di capire che a tutto c’è un limite e che il denaro non assicura il compimento della felicità.
23 /6 /2006