La Voce del Quartiere

UOMINI SOLI, SENZA IDEALI,
SENZA FUTURO

di
Luigi Antonio Gambuti

 L’uomo è solo e povero, oggi.
Non ha più la forza dell’ideale, e senza misura si piega, rassegnato, alla morale del tempo e si storicizza. La nostra coscienza è invasa dal realismo; non ci sono più condanne o esclusioni perché nulla ci meraviglia, o ci scandalizza.

Morto l’ideale, lo scandalo non è più la realtà, ma è rinvenibile nell’idea morta che si muove nella realtà, senza sentirne il peso, senza ribellarsi. ( M. Bianco, “Etica e Storia in Kant”, F. Angeli, Milano, 2010).

Ho riportato questo passo dal testo citato perchè rappresenta un ritratto fedele dell’uomo contemporaneo e la narrazione puntuale e rigorosa della sua condizione esistenziale.

Nel rovesciamento più totale dell’etica kantiana- là dove ciò che è Bene è Bene e ciò che è Male è Male senza compromesso con la storia e con l’esperienza del quotidiano che la costituisce- ci pieghiamo rassegnati  e senza  ribellioni alla morale del tempo  o alle mode, sì che nella confusione che ne deriva , trova facile spazio la voce del  padrone, di colui che detiene il potere e determina il flusso degli eventi politici, economici e sociali.

Colui che, manicheisticamente, tende a sua volta a riproporre l’antinomia del filosofo tedesco, per situarsi a difensore del Bene, mitico depositario dello stesso, e ad accusare gli avversari di sempre – giudici e comunisti (chi li ha visti?) come unici responsabili del Male che rende problematica e difficile la vita del Paese.

Siamo arrivati a questo, dunque, e rassegnati, assistiamo giorno per giorno alla demolizione dei residui baluardi democratici, pronti a sopportare sempre nuove sfide, sempre nuove provocazioni che , come la goccia cinese, scavano nel terreno molle delle istituzioni, per vocarle e sottoporle agli interessi particolari sia del Personaggio, sia della cricca che alla sua ombra si è famelicamente costituita.

E’ ormai azione quotidiana registrare alcuni fenomeni che non si colgono facilmente, perlomeno a livello delle grandi masse popolari, invocate ad ogni passo per avallare il percorso di smantellamento delle istituzioni democratiche in atto, come a voler giustificare, con l’impegno continuo e sottile, una volontà tardo-giacobina tesa a reclamare libertà da vincoli, libertà di fare senza limite alcuno, per realizzare una forma alternativa di società e di Stato.

Ciò che colpisce, soprattutto, è l’assenza di attenzione verso i grandi e piccoli problemi del Paese, non tanto da parte delle masse, invocate e strumentalizzate come s’è detto, quanto della cosiddetta classe dirigente frastornata e divisa sia sull’analisi dei fenomeni, sia, e questo è peggio, sulle prospettive alternative di superamento delle difficoltà in cui ci si trova.

La coscienza collettiva , oltre che povera, oggi, storicizzata in una prassi che si alimenta giorno per giorno di difficoltà sempre maggiori, è preda di una sorta di fatalismo cui si accede senza alcuna misura critica, per accettare con rassegnazione e tedio ogni provocazione che viene scaricata dall’alto.

Non occorre fare la storia degli anni recenti del governo berlusconiano per mettere in fila i provvedimenti che hanno lentamente scardinato e condizionato la coscienza civile della gente.

Lentamente, progressivamente, passo dopo passo, il popolo, eletto a mandatario unico del potere invocato dal padrone, è stato abituato, prima costretto e poi assuefatto, ad apprezzare e convalidare col proprio consenso elettorale i provvedimenti destabilizzanti dell’ordinamento democratico del Paese, a subire le collere e i rimbrotti dell’ Unto del Signore, a sopportare lesioni di libertà e violenze di ogni tipo non per costruire e valorizzare la modernizzazione del Paese, quanto per consolidare posizioni personali e di  potere con operazioni spudoratamente di parte e perciò lesive della dignità e del prestigio dell’intera comunità nazionale.

Così di lodo in lodo, di prescrizione in prescrizione, di letto in letto, da casta a casta, da cricca a cricca, siamo arrivati in cima ad una scala a giocare, in un momento particolarmente delicato per le sorti del Paese, con voti di fiducia e con proclami autoritari, ad annientare e delegittimare le poche risorse di libertà rimaste, per rifondare una società e uno Stato a misura delle ambizioni e delle voglie del grande manovratore.

Ciò, tuttavia, non basta a soddisfare il satrapo che sta facendo scempio della dignità e della libertà delle persone, stordite dalla sua indiscutibile capacità affabulatoria ; non basta aver tappato la bocca ai giornalisti e orfanizzata la magistratura inquirente del mezzo più potente per raggiungere i suoi obiettivi.

Ora, a letto caldo, ci riprova con la grande riforma della giustizia, la sua ossessione, per chiudere il cerchio infame dello smantellamento delle garanzie democratiche del Paese e volare indisturbato verso il traguardo che, soltanto a pensarlo, fa accapponare la pelle. Visto il pedigree del personaggio.

Per chi sa ancora ragionare con la testa propria, per chi sa ancora indignarsi di fronte a questi continui  perversi attacchi all’architettura istituzionale del nostro sistema democratico, non è più possibile sopportare oltre questo stillicidio quotidiano.

Non se ne può più di assistere alle solite accuse ai comunisti (ancora, chi li ha visti?); non dovrebbe essere più consentito al capo dell’esecutivo di aggredire e delegittimare il potere giudiziario, né dovrebbe essere accettato, senza reagire, che si invochi il popolo come unico soggetto cui dar conto delle proprie azioni, calpestando la storia, il diritto e i valori costituzionali.

L’allarme, lo ripetiamo, va tenuto alto, non fosse altro per il processo di mitridatizzazione che sta permeando di sé l’intera popolazione.

Capita che, instillando in maniera costante e sistematica il veleno della disinformazione , l’odio per le agenzie informative, il fastidio per i sistemi di garanzia e di legalità costituzionalmente fondati e riconosciuti, si arrivi, se già non ci si è arrivati, a costruire una mentalità ed una cultura civile addomesticate e pronte ad ubbidire al manovratore di turno, esaltandone le gesta e gonfiandone petto e portafogli.

Occorre fermare, sinchè si è in tempo, questa perversa deriva autoritaria.

Anche perché il personaggio non conosce limiti di sorta e persegue i suoi obiettivi procedendo a testa bassa, facendo scempio di tutto ciò che gli intralcia il cammino.

Uomini e donne, deprivati dei loro ideali, impoveriti dei propri valori, rassegnati alla morale del tempo e perciò pericolosamente storicizzati, legati alla permanenza, senza speranza di futuro. 

20/06/2010