la Voce del Quartiere
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UN PATTO DI SOLIDARIETA’ di "Non mi chiedete soldi. Per dare il necessario ai miei tre bambini la sera esco a rapine." Questa risposta semplicemente agghiacciante mi fu data anni fa da un signore appena uscito di galera, disoccupato perché nessuno gli offriva uno straccio di lavoro, nullatenente e con una moglie gravemente malata. Un quadro di desolazione e di miseria che, sia detto chiaramente e senza equivoci, non giustificava l’andare a rapina per procacciare il latte e i biscotti ai bambini, come il su citato personaggio ebbe a dire per giustificarsi. Perché questa introduzione? La crisi attuale, quella che ha investito il mondo intero e che sta tracimando a casa nostra in maniera veramente devastante, potrebbe indurre parecchi cittadini ad uscire, e non solo metaforicamente, la sera per rapine, per far sopravvivere la propria famiglia. La gente perbene o quella considerata tale per comportamenti e condotta onesta e trasparente, come farà nel momento in cui si asciugherà il fondo del barile e non potrà più accedere al benché minimo sostegno per far fronte alle primarie esigenze della vita? Si ha voglia a dire di essere ottimisti e di non guardare la parte del bicchiere mezzo vuoto; si ha voglia a promettere che sì, l’annus horribilis passerà e tutto tornerà come prima, se non meglio di prima, visto che dopo la crisi le economie rinasceranno con maggiore vigore e più feconde prospettive. L’oggi, quella realtà che fa da sfondo a milioni di persone senza lavoro e senza alcun sostentamento, è tanto amaro e buio che acceca finanche la speranza e mette addosso l’ansia della sopravvivenza che diventa paura dell’altro, sfiducia nelle istituzioni e rancore per coloro i quali, loro malgrado,vengono vissuti come privilegiati perchè hanno qualcosa che li mette al riparo dalla miseria e dalla emarginazione sociale che questa comporta. Ci siamo mai chiesto, noi con le chiappe al sicuro, come si vive con quattro soldi al mese (quanto, e fino a quando ci saranno!) e con figli piccoli da mantenere, quei figli che non possono e non devono capire l’emergenza e i problemi che l’hanno scatenata, ci siamo mai chiesto come e cosa faremmo nei panni di questa gente? Sarà difficile immaginarlo se non ci caliamo "dentro" quelle difficoltà, se restiamo ancorati al me come unico interesse per il quale vivere e l’altro da me come il nemico da lottare o ignorare perlomeno, o da schivare per non farci intralciare il cammino. Usciremmo anche noi a rapine per asciugare le lacrime per fame dei bambini e/o godere di un sorriso innocente per un dono offerto con sorpresa? Resisteremmo allo spettacolo immondo degli sprechi, del lusso e dell’ostentazione della ricchezza, noi con le tasche vuote, gli occhi spenti e le bocche inaridite? Come affronteremmo la realtà esigente di una condizione di vita emarginata dal sistema, offesa dall’indifferenza, mortificata dall’assenza di prospettive, inchiodata alla permanenza, senza via d’uscita? Usciremmo a rapine, la sera? C’è stata qualche voce autorevole a paventare l’aumento della criminalità in questo momento di crisi. Ciò perché quando vengono meno le condizioni essenziali per un minimo tenore di vita, e non per colpa di chi vi è costretto da errori altrui, c’è il rischio che si allentino i vincoli morali che fanno di una comunità organizzata una comunità civile. C’è il rischio che si ingrossi il mercato nero del denaro, strozzando quei tanti per quel poco che ancora gli resta e metterli al tappeto; c’è il rischio che chi ancora può disporre del suo senza limitazioni può disporre più facilmente delle cose degli altri e ingrossare ancora di più il proprio capitale. E tanti, tanti altri rischi ancora. E allora? Perché non prendere in seria considerazione ed allargarlo a tutti coloro i quali se lo potranno permettere, l’invito di alcuni parlamentari a ridursi le indennità, sollecitando l’attenzione su quell’idea-solidarietà per costituire un fondo comune a sostegno di coloro i quali hanno perso e perderanno a breve il lavoro? Non sarà demagogia o propaganda, come hanno detto alcuni, se tutti, politici e semplici cittadini, garantiti da un salario sicuro per oggi e per domani, si taglieranno una percentuale "compatibile delle loro retribuzioni. La chiameremmo robin-tax all’italiana, tassa per la crisi, o come altro dir si voglia, purchè si arrivi a ridistribuire la minima possibilità di vivere dignitosamente per tutti i cittadini, per tutti coloro i quali sono stati sconfitti, loro malgrado, dagli eventi finanziari disastrati e disastranti e garantire la pace sociale che, alla fine, è il traguardo cui tutti aspiriamo e per il quale ognuno deve, per quanto gli compete, dare il proprio contributo.
16/03/2009 |