La Voce del Quartiere
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TRASFORMISTI? NO, ACCATTONI di Si sta realizzando, in questo scorcio d’ anno, la cosiddetta rivoluzione passiva, così come teorizzata da Antonio Gramsci. Nella configurazione di questo modello di cambiamento si riscontrano due elementi, uno complementare all’ altro, se non proprio concorrente, alla fondazione della stessa idea del quadro politico di una comunità. Il Cesarismo, che si raffigura là dove il leader di un partito prende su di sé il carico delle responsabilità e delle decisioni che interessano le sorti del gruppo di riferimento e il trasformismo che, attenuando le caratteristiche identitarie di un soggetto politico facendone sfumare la responsabilità in ordine alla consegna ricevuta dal corpo elettorale, lo pone in una posizione diversa da quella di partenza. Se Benedetto Croce tentò di giustificare il trasformismo giolittiano perché finalizzato alla conservazione del potere dello Stato e alla salvaguardia della pace sociale; se Gaetano Salvemini ne colse gli intrighi e lo stigmatizzò per le perverse strategie ideologiche e politiche, non mancano oggi sullo scenario del teatrino parlamentare certi personaggi che nessun filosofo o studioso di scienza della politica riuscirebbe a collocare in questa dimensione. Preso atto che una certa forma di cesarismo ha contaminato il dominus che tutto riconduce e risolve nel recinto dei suoi valori ( ? ) personali, di trasformismo, così come storicamente inteso poco o niente se ne trova in capo a personaggi titolari di pubblica responsabilità. Di ben altra cosa si tratta, bisogna volare basso se si vuole dar conto della transumanza di alcuni personaggi da un pascolo all’ altro, allettati da promesse di posti di governo, di "responsabilità" di poco onorevole fattura, recando offesa sia all’ azione del governare che al significato più autentico della parola responsabilità. Di ben altra cosa si tratta. La folgorazione paolina avvenuta nel deserto dell’ insignificanza di alcuni personaggi, s’ inquadra in un reticolo d’ interessi che niente hanno a che vedere con la politica intesa come cura e salvaguardia del bene comune. Nessun patto Gentiloni, tantomeno l’ attenuarsi concordato del non expedit possono essere citati a riferimento nobile per giustificare certe operazioni che danno scorno al Paese e che ancor più lo trascinano nel novero dei tanto vituperati regimi dei cosiddetti paesi sottosviluppati. Niente di tutto questo. Non c’è, a nostro avviso, nessuna cura per le sorti del bene comune da richiamare come giustificazione per la quale si è saltato il fosso all’ ultim’ ora. Tantomeno di coerenza con i punti di partenza o di attenzione per le conseguenze negative che sarebbero ricadute sulla già traballante credibilità del sistema politico in generale. Si è trattato, e si tratta, di una semplice operazione di mercato messa in atto con impudenza da chi nel mercato ci vive e del mercato ha fatto la sua religione quotidiana.( Non serve qui definire traditori coloro i quali firmarono il manifesto di Bastia perché di ben altra cosa si trattava). Ci sono, comunque, due questioni che vanno richiamate per comprendere gli improvvisi cambiamenti di casacca fra i deputati ( e non tra i senatori perché non ce ne era bisogno! ) messi in atto per consentire al governo di proseguire la sua corsa, si fa per dire, nell’ immobilità dell’ interesse pubblico che ha messo in crisi le sorti del Paese. La prima, riguarda gli interessi delle singole persone che pur investite di mandato parlamentare per esercitare la delega a rappresentare gli interessi di tutta la comunità, vengono posti in prima linea e costituiscono quasi del tutto l’ impegno prevalente dei soggetti delegati. Si tratta degli interessi cosiddetti di bottega. Come si vuole che un individuo, sollevato dalla routine quotidiana, salito alla ribalta del potere possa rinunciare al trattamento ed ai privilegi riservati a chi giuridicamente è messo al di sopra dei soggetti che l’ hanno delegato? E quale interesse potrà mai indurlo a far crollare la casa in cui agiatamente s’ alloggia riportandolo alla normalità di provenienza meno luminosa, visibile e prestigiosa ed economicamente subalterna? Come si può pensare che si possa rifiutare uno " stipendio" di quindicimila euro ( deputati ) e di diciasettemila euro mensili ( senatori ), a parte l’ assegno di solidarietà, l’ assegno vitalizio, e tanti altri vantaggi e privilegi? E come si può rinunziare alle tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea, ai rimborsi ed ai posti riservati e alle tante tantissime corsie preferenziali di cui godono i nostri preziosissimi onorevoli? Quale forza interiore dovrà scattare per rinunziare a tanto? E quanto costerebbe, per questo soggetto ritornare a vivere al di fuori dei Palazzi e con quali probabilità di ritornare e con quali spese potrebbe progettare una nuova campagna elettorale? Altra questione che turba il sogno di parecchie "onorevoli persone" è quella che riguarda le vicende giudiziarie. Se dovesse cadere la legislatura e lor signori dovessero trovarsi scoperti dell’ immunità parlamentare, per circa una trentina di loro si aprirebbero le porte dei tribunali se non quelle più pesanti delle case circondariali. A cominciare dai vertici per arrivare ai più sconosciuti paria di paese. Non si fanno qui i nomi da sciarada enigmistica di chi ha tradito all’ ultim’ ora, perché non sono gli unici ad essere " accattoni ". Lo sono tutti coloro che li hanno applauditi per il voto, cambiato all’ ultimo minuto, che gli ha consentito di restare appollaiati sulle comode e redditizie gradinate del potere. Di questo " onorevole potere " gestito e manovrato da chi non molto tempo fa voleva solo trenta persone per agire e tante altre che pigiassero i bottoni,senza capire, senza interferire, gli immarcescibili peones delle quarte file. E non è ancora finita a quanto è dato di sapere. Ci sono altri fori boari aperti in quest’ultima settimana dove colui che può può esercitare le sue mire di espansione, acquisendo nuove mani da portare a pigiare dei bottoni senza pensare,con l’unico scopo di salvaguardare stipendi, benefit e poltrona parlamentare. Questo, cari lettori, è il senso reale della virata di rotta dei mentecatti dell’ultima ora. Niente ideali, niente prospettive per costruire un futuro migliore per le sorti del Paese; solo e prevalente, è l’interesse personale, intrecciato e garantito dai motivi di cui sopra. Direbbe qualcuno: e chiamiamoli fessi! D’accordo, allora non chiamiamoli onorevoli, perché le due attribuzioni sono incompatibili per valori morali, sensibilità civica e responsabilità sociale. 27/12/2010 |