La Voce del Quartiere
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TRA VINCITORI E VINTI
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Di solito, quando si commenta l’esito di una campagna elettorale, si tenta di giustificare le ragioni dei risultati presi in esame. Sia da parte di chi ha vinto, sia dalla parte di chi ha perso. Dopo le recenti elezioni europee ed amministrative si è parlato e sentito poco delle ragioni degli uni e degli altri. Così come si è condotta la campagna elettorale prima del voto,sulla linea di particolarismi legati a questioni di poco, se non addirittura nullo spessore politico, così nella fase della rendicontazione dei risultati ottenuti non si è tenuto conto, se non in minima parte, dei fattori politici, quelli veri, che hanno orientato la scelta degli elettori. Così si torna al punto di partenza. Così, specularmente, si ripropone lo stesso scenario del prima, vuoto di contenuti, privo di senso politico, e ricco, troppo ricco di motivi che solo nel nostro Paese traggono linfa per esercitare la loro nefasta influenza. Così, oggi. E’ come se non fosse accaduto nulla per la prospettiva delle nostre comunità; nessun cenno alle dimensioni di un futuro possibile che desse respiro e sicurezza alle istanze e ai problemi dei cittadini e tanta tanta polemica sulle cose da poco,o cose da ridere,che ci hanno tormentato negli ultimi mesi. Tra queste, sono riemerse le antiche fratture esistenti tra le due più significative coalizioni politiche, questa volta più marcate per via delle percentuali conquistate e/o perdute nelle urne elettorali. Non entriamo nel merito dei numeri. Ci interessa solo segnalare, per rifletterci e per intervenire nel caso questa riflessione possa essere condivisa, la difficoltà in cui si è trovato il Partito Democratico che, al contrario dei partiti dell’ala radical massimalista, non si è suicidato del tutto, portando nella bisaccia, sic stantibus rebus, un risultato più che dignitoso,. Dell’altra coalizione, o dell’altro dominio, c’è poco da dire da parte nostra. Né, poi,ci interessa più di tanto. Per vincere la sfida non bisogna sparare nel mucchio degli avversari, cercando il bersaglio facile,ad effetto, per ottenere il risultato . Quando lo si è fatto,e questa volta lo si è fatto in maniera piuttosto diffusa, non si è ottenuto altro che rafforzarlo, dandogli visibilità e motivo di esercitare il suo rilancio, atteggiandosi a vittima, a perseguitato e, cosa ancor più dannosa, dandogli l’alibi di eludere le risposte su questioni e problemi di primaria, concreta importanza. Non bisogna colpire, quindi, quando la battaglia la si deve prima combattere in casa propria per fare chiarezza e pulizia. Nella grande casa del P.D. , a tutti i livelli, non si è riusciti, da quando è stata edificata, a dare tono ed armonia a coloro i quali l’hanno abitata, convolati a nozze, dopo aver trascorso una giovinezza in piena e totale libertà di espressione, autonomia delle decisioni e capacità-possibilità di disporre di propri capitali. Le nozze tra DS e Margherita, così come sono state celebrate e programmate, hanno dimostrato (per noi che lo paventavamo non è che sia stata una bella soddisfazione!) che non basta “mettersi assieme” per costruire una famiglia e raggiungere degli obiettivi. Troppe erano, e restano, le condizioni di diversità dei due contraenti; troppo marcate le rispettive caratteristiche di partenza, troppo radicate nella storia per essere annullate, se non affievolite, dall’incontro fra i due soggetti. Specialmente se si considera che, storicamente, per gli ultimi cinquant’anni essi sono stati fieramente alternativi gli uni agli altri sulla scena politica del Paese e, quasi mai, se non negli ultimi anni, sotto la definizione botanica delle loro “congiunzioni”, hanno percorso in sintonia strade portanti verso mete comuni. Nella casa ancora in costruzione erano già apparse le prime crepe, alle prime sollecitazioni elettorali. Le criticità interne ai gruppi che l’abitavano (più che di partiti, perché questi, così come la politica che esprimevano, erano una cosa seria!) invece di essere sedate e superate, si sono rafforzate per via di esponenti di forte personalità che con difficoltà riescono a far convivere le proprie convinzioni con quelle degli altri. La debolezza intrinseca della nuova formazione, ancorchè giovane e ancora in cerca di una forte identità, non ha saputo o potuto arginare o affievolire le spinte egemoni dei vari personaggi storicamente riconosciuti, col risultato che dal contratto dei due contraenti si sono generati una quantità di germogli che se non hanno riproposto i motivi botanico-floreali di una volta, hanno devastato la famiglia e disperso le già poche e risibili risorse patrimoniali. Così facendo , hanno dato il fianco agli avversari di sempre che hanno trovato gioco facile nel vincere la sfida. E questo per due ragioni. La prima, perché il capofamiglia della casa avversaria ha il piglio autoritario che gli deriva da una diversità di fattori, che qui non vale la pena di elencare La seconda, che è quella più deleteria per la tenuta democratica del Paese, che nella morte della politica che costui ha decretato, sta prendendo forza una modalità tutta particolare di condurre la gestione della cosa pubblica, tutta giocata sugli effetti mediatici, tutta puntata sull’arroganza del fare (cosa,poi, si vede dagli effetti che questo produce), tutta improntata alla difesa di uno status che rassicura l’esistente, inganna la realtà e brucia il futuro di milioni di persone. Ci sarebbe tanto ancora da dire ma facciamo punto. Cosa fare? Lo diranno e scriveranno in tanti e meglio di noi. Ripensiamoci. In attesa della dissoluzione della grandeur del grande manipolatore (se ne stanno presentando i sintomi, anche se allo stato latente!) non è forse il caso di sedare le liti casalinghe e aprire le porte per invitare a colloquio qualche antico parente, vicino o lontano, per arricchire la compagnia e far fronte a chi del confronto e del colloquio ha fatto scempio in questi tempi di basso impero?
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20/06/2009
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