La Voce del Quartiere
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TRA BERLUSCONI E FINI di Ci voleva Gianfranco Fini per smuovere le acque chete della palude berlusconiana, nella quale il dominus, come la serpe con le rane, aveva il potere di decidere su persone e cose. Ci voleva una profonda indignazione per lacerare la coltre dell’indifferenza, dell’apatia e della noncuranza (per i fatti degli altri, non per i fatti propri!)che da troppo tempo ormai accecava la vista ai sudditi incoscienti del regime. Ci voleva un famiglio, uno da cui mai ci si sarebbe aspettata una presa di posizione così netta e audace, per riportare in gioco la partita della politica, quella vera da troppo tempo mortificata dal verbo gossiparo e ridotta a una sentina maleodorante dove scaricare i tanti vizi e le poche scarse virtù del Paese. S’era perduto finanche il sentimento della vergogna , quel turbamento che, in capo alle residue persone perbene, fa abbassare gli occhi e fa sentire piccoli e meschini. In un tempo in cui siamo stati defraudati "dell’esperienza e della capacità di prendere posizione", indotti a vivere in una realtà liquida dove tutto sfuma e si scontorna e niente appare certo, là dove prevale, come disvelatore dissacratorio di ogni resistenza umana, " l’idealizzazione del banale e dell’insignificante", essere testimoni diretti del gesto di Gianfranco Fini induce a riprendere i fili della coscienza e ricominciare a sperare di risalire la china. La ferita profonda (quel dito!) inferta al corpo mistico del Capo e della sua venerata icona altrimenti inattaccabile, ha ricondotto finalmente il dibattito politico - culturale del Paese nell’alveo di una normale dialettica democratica. Era ora che ci si risvegliasse e ci si guardasse attorno per rendersi conto della deriva ingannatoria in cui ci avevano fraudolentemente intruppato. Orbene, se nel P.D.L. la presa di posizione di Gianfranco Fini ha determinato la conta e alcune clamorose dimissioni, assieme ad una prevedibile tensione che farà sentire i suoi effetti ogni qualvolta la maggioranza che governa il Paese sarà chiamata a discutere su temi che interessano le vicende personali del Capo del Governo, nel P.D. la stessa ha generato spifferi e correnti d’aria che non si possono ignorare. Primo momento l’attenzione a cogliere l’occasione per agganciare la protesta di Gianfranco Fini al carro della dissidenza dei moderati del partito, sempre in cerca di una collocazione più adeguata alle loro culture di provenienza. Costoro, pur di non essere da meno di Massimo D’Alema che vede in Fini un "interlocutore importante", hanno manifestato consensi ed interessi (un "possibile compagno di strada") mettendo in discussione la linea identitaria (?) del partito, sino a provocare la presa di posizione di Bersani il quale, stufo di "balletti e picconate", ha finalmente alzato la voce e ha dettato con chiarezza la linea da seguire. In molti hanno salutato con soddisfazione l’impennata d’orgoglio del segretario politico: basta con i tentennamenti e le bordate del fuoco amico ed impegnarsi tutti per l’apertura di un cantiere per un cambiamento radicale del Paese. E per fare ciò ha presentato l’agenda di lavoro per realizzare il Progetto Italia 2011, che consiste in dieci interventi, ognuno legato ad una parola chiave, per mobilitarsi e per costruire l’alternativa di governo. Si tratta di una strategia di partito che si indirizza nel concreto del fare per intervenire nel cuore dei problemi che rendono difficile lo sviluppo del Paese. La prima parola chiave è rappresentata dal "sapere" come pietra angolare dalla quale partire per costruire la scalata al potere berlusconiano. Felice la scelta, a nostro avviso, perché il sapere, come elemento base di ogni condizione umana che si ritiene titolare di libertà e di giudizio critico, è l’ineludibile bene che va alimentato, tutelato e valorizzato. Poco felice, ancora a nostro avviso, se la collocazione del bene si fa cadere sul mondo accademico e solo su di esso. Leggiamo il documento che ci fa esprimere questa riserva. "L’obiettivo è quello di migliorare il mondo dell’università e della ricerca, troppo bistrattato dall’approssimazione e dei tagli del governo Berlusconi. Attraverso la diminuzione dell’età pensionabile dei professori si riuscirà a favorire un ricambio generazionale e lo svecchiamento del corpo docente che oggi blocca l’accesso ai giovani nelle carriera universitaria." Così si legge dal Progetto Italia 2011 del Partito Democratico per rilanciare la scelta di governo del Paese. Troppo poco, riduttivo e fortemente elitario il campo d'intervento. La cultura e i saperi che la costituiscono bisogna costruirli dal basso, a nostro avviso, ed ogni intervento in tal senso non può che partire dalla scuola dell’infanzia per suscitare e accompagnare lo sviluppo integrale e quindi anche quello culturale, della persona umana, cittadina sin dai primi giorni di vita. Perché è "nel vivaio di relazioni umane" che si pongono le basi delle nascenti personalità sino a caricare l’istituzione che le gestisce di enormi pesanti responsabilità. E grande cura dovrebbe essere prestata a tutto il percorso formativo di base con riforme adeguate e serie, più attente alla qualità che non ai conti della spesa, perché è nella formazione, e, quindi,nella cultura, che si incentra la prospettiva di progresso di tutti i paesi civili. Ecco perché, a nostro parere, il Partito Democratico che pure vuole dare un peso importante alla formazione e alla cultura nel suo programma di rinnovamento del Paese, dovrebbe dare più importanza alla politica riformista rivolta al settore primario e secondario della scuola italiana, che sono e saranno i pilastri portanti della cultura di specializzazione tematica e delle professioni, quale quella che si acquisisce a livello universitario.
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