La Voce del Quartiere
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TEMPO DI RIVOLUZIONE, TEMPO DI RIFLESSIONE di Luigi Antonio Gambuti Lampi di guerriglia dall’altra sponda del Mediterraneo. Tutte le nazioni dell’arco settentrionale del continente africano, comprese quelle del Vicino Oriente, sono in stato di rivoluzione. Qualcosa è cambiato e sta tuttora cambiando, come se un’ improvvisa presa di coscienza avesse fatto ri-sentire uomini e donne, persone che per secoli sono state assoggettate a padroni interni o esterni alle loro etnie, espressione di un potere dispotico e corrotto. Fuochi di dignità finalmente ritrovata e dosi di coraggio disperato stanno smantellando quanto di più nefasto restava della cosiddetta "tradizione autocratica della realtà". Laggiù, lontano da noi. Dalla Mauritania al Marocco, dall’Algeria alla Tunisia, dalla Libia all’Egitto, dalla Siria alla Giordania, dall’Arabia Saudita allo Yemen sino a risalire all’Albania, si sono accesi fuochi di protesta popolare contro il malcostume della classe dirigente, corrotta e autoreferenziale, contro la crisi economica che ha generato fame e miseria. Al grido di pane e libertà, la rivoluzione dei gelsomini e la primavera dei giovani nordafricani si sono imposte al mondo intero, costringendo i governanti alla resa dei conti. Niente sarà più come prima in quella parte del mondo, perché dalla fuga dei dittatori si è generata una nuova cultura del diritto e della libertà, che pur spinta dalla violenza, smuove e promuove nuove condizioni socio -economiche,nuovi programmi di sviluppo , nuove e più democratiche strategie di governo della cosa pubblica. Da quassù, a nord del "mare nostrum" e a sud dell’Europa, noi che una volta si aspirava a diventare capitale di una comunità mediterranea costituita da tutti i paesi rivieraschi, noi siamo rimasti a guardare sconcertati per quanto laggiù sta succedendo, quasi infastiditi per le domande di legalità che ne provengono. Noi stiamo a guardare e ci muoviamo come se non ci appartenesse la questione. Noi che abbiamo perso persino la capacità di indignarci, quella capacità che ci fa opporre una "risoluta ribellione a quanto offende la dignità propria o quella altrui". Noi governati dall’amico dello zio di Ruby, addomesticati da una cultura vaniloquente e debosciata, distratti dai problemi reali del Paese perché assoggettati da una devastante campagna mediatica che tanto fa per non indurre a riflettere, ragionare, rendersi conto , noi continuiamo a consumare quel poco di dignità che ci resta , e ci muoviamo come una comunità "affabulata" dalla meschine e vergognose vicende che fanno capo a lui e solo a lui. Perché per tanti, purtroppo, solo lui vale ed è capace, solo lui, il malato di "priapismo presidenziale" che attacca a testa bassa giudici e politici e non si è mai chiesto,onestamente, perché la magistratura lo tiene al centro di decine di processi. Solo lui perché è stato protagonista di vicende meritevoli di attenzione giudiziaria, solo lui cittadino di una "repubblica giudiziaria", solo lui e non altri, che con la giustizia hanno avuto poco a che fare. E nessuno glielo dice. Solo lui fa ascolto e pensa impunito di disporre e comandare. A nulla sono valse le esortazioni del Capo dello Stato, allarmato dalla situazione di degrado del rapporto tra le istituzioni; poco impatto hanno avuto le denunce della CEI che parlano di disastro antropologico; poco spazio hanno trovato nel ciarpame televisivo le parole del Papa che "sgomento" invita i cattolici in politica ad una presa di coscienza morale ed a reagire, per adempiere con disciplina ed onore il pubblico mandato, come recita l’articolo 54 della Costituzione. Niente di tutto questo. Non c’è reattività, non c’è indignazione, non si registra alcun segnale di svolta nei costumi. Nessuna voglia di rivoluzione, nessuna attenzione per coloro che soffrono la fame e perdono il posto di lavoro, nessuna voce che reclami forte l’esercizio dei diritti di cittadinanza; nessuna presa di coscienza chiara, onesta e propositiva. Tutto fumo e promesse, riforme annunciate e mai realizzate,tutto trascorso fuori dalla politica perché ricondotto alle alcove presidenziali sulle quali si sono spese le migliori attenzioni del Paese. Che cosa fare? Potremo mai continuare ad ascoltare le storie degli scazzi quotidiani, a tifare per le liti fra i partiti (ma dove stanno ormai!); ad arrabbiarci per i gesti e le urla dei protagonisti dei talk show televisivi (che bella lezione di bon ton il dito medio della Santanchè e il lato B offerto dalla Littizzetto!); ad aspettare che si faccia qualche accordo milionario sottobanco, noi inermi cittadini, turlupinati da una classe dirigente che ha toccato mai così infimi livelli, e fa di tutto per mantenersi il cadreghino? Albeggerà da noi qualche bagliore di indignazione popolare, democraticamente e correttamente esercitata, per uscire da questa nefasta e mortificante condizione valoriale? E tornare a essere un Paese normale? 06 /02/2011 |