La Voce del Quartiere
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RINNOVARE PER CRESCERE, NON TAGLIARE PER MORIRE di Nella temperie del nulla che devasta il nostro quotidiano, si stanno scatenando fenomeni che, pur di rappresentare qualcosa di nuovo a favore di chi li propone, si definiscono come rinnovamento o come, più spocchiosamente, riforme. In questa temperie si è calata in maniera arrogante e proditoria la manovra Tremonti-Gelmini, intesa a destabilizzare il sistema formativo del Paese, in nome di una presunta ed improbabile battaglia agli sprechi, facendo spalla alla campagna contro i fannulloni come ama dire Brunetta, il fustigatore di turno eletto a paladino dell’efficacia, dell’efficienza e della qualità dei pubblici servizi. Che e quante brutte parole per l’incipit di questa riflessione. Il nulla è certificato (ma si può certificare ciò che non esiste?) nelle labili dimensioni del contesto in cui si muove, senza una linea di confine, senza una pur minima caratura culturale, men che meno di ordine morale. In questa evanescenza non si rinnova facilmente senza danneggiare l’esistente, non si dà anima nuova a ciò che non si conosce e non si vive dal di dentro; non si riforma, non si dà forma nuova a ciò che non si percepisce o non lo si fa percepire come sostanza, res, fenomeno sociale e culturale, cose dell’uomo e paradigma della sua vita. Diciamolo con parole franche, per uscire dal labirinto in cui ci siamo precipitati; non a caso l’abbiamo fatto per essere alla pari dei pseudo-filosofi del potere para mediatico che ci soffoca, degli arrampicatori sugli specchi, delle cattive lingue a pagamento e degli opportunisti che non hanno mai secca la bocca per l’osceno pennellare la lingua sulle basse terga di chi li tiene a libro paga. Ci resta difficile farlo, anche se per un solo momento, per non essere accusati di non essere dentro, di non essere informati, così come si blatera per ordine di scuderia. Non si tratta di riforma della scuola, quella che ha firmato l’attuale ministro della Pubblica Istruzione. Si tratta, camuffato sotto questo nome, di un ectoplasma culturale, senza alcun radicamento pedagogico, orfano di una mancata riflessione speculativa di carattere psico-filosofico, senza nessuna attenzione per un risarcimento politico che un dibattito ed un confronto seri avrebbero determinato a favore di coloro i quali erano estranei alle decisioni. Un ectoplasma culturale a fronte di un macigno grosso come una montagna , messo a tamponare una situazione di sfascio che, a dire il vero, non ha investito ed investe solo il mondo della formazione a qualsiasi livello lo si voglia considerare. Si tratta di soldi, non altro che di soldi, cari lettori. E dove si colpisce, dove si fa la mietitura? Facile. In un comparto dove non si producono bulloni, non si mette merce sul bancone, non si fanno danni economici se si blocca la produzione. La scuola. La scuola produce una ricchezza virtuale, fatta di conoscenze e competenze, fatta di valori e sentimenti, fatta di risorse che si incassano a breve, medio e lungo termine, perché la scuola investe sul futuro. E, in quanto tale, non merita più di tanto l’attenzione del presente, perché quello che conta per chi nel presente vive vegeta e s’ingrassa, nell’inconsistenza dei valori e nella concretezza delle opportunità che una ricchezza di beni reali offre a dismisura, è appunto cogliere il momento favorevole e goderne i benefici. Si vuole fare cassa, signori? Dove vendemmiare, se non nella scuola, allora? Si riconosce che l’esigenza di tagliare sprechi ed abusi è sacrosanta, purtuttavia, non si può disconoscere il danno irreversibile che una manovra orizzontale a tutto campo nei diversi settori della formazione può provocare. In breve, e solo come proposta forse improponibile se non proprio impopolare, si possono azzardare alcune ipotesi di tagli per vendemmiare risorse e non distruggere la vigna. Anzi, rigenerarla e ridarle vigore e linfa nuova. Cominciare a tagliare le migliaia di euro di fondi di istituto (i F.I.S.) quei fondi che in nome dell’autonomia fanno diventare le scuole competitive sul territorio con tutta una serie di offerte formative che, spesso, ne ingolfano la funzione istituzionale. Si tratta dei famigerati progetti che fanno della scuola un progettificio perennemente in servizio, che opera in funzione di una presenza oraria aggiuntiva a quella ordinaria sì, ma che fagocita tutta l’attenzione dei docenti ivi impegnati, che sono distratti da ciò per cui sono stati chiamati e retribuiti, vale a dire insegnare, dare il segno, per indurre gli allievi a conoscere e padroneggiare gli elementi costitutivi delle discipline. Per la scuola elementare lo scrivere, leggere e far di conto, di cui spesso si perdono le tracce, impegnati come sono i docenti a realizzarsi con i progetti, remunerati a parte, per lavorare la pasta di sale, per far ballare i balli latino-americani, far scimmiottare sceneggiate e teatrini, organizzare cori e complessini, educare alla circolazione stradale, alla sessualità, alla cooperazione internazionale, alla riscoperta della coltura delle patate e della filatura della canapa, per vincere agli scacchi, o accaparrarsi il trofeo della migliore maschera di carnevale. E chi più ne ha più ne metta. Questa è la realtà degli sprechi di risorse, materiali e immateriali, quello spreco che ci fa retrocedere nelle classifiche internazionali e fa pesare il segno rosso sul bilancio dello Stato. Non solo. E che dire delle retribuzioni per quelle figure cosiddette strumentali, dei referenti di progetto, dei fiduciari di plesso, di corridoio e di settore; dei vari presidenti e collaboratori, dei membri dei comitati, dei coordinatori di attività, dei portavoce e dei portabandiera, di chi viaggia invece di insegnare, di chi da tempo, a furia di "stare"nei progetti, ha perso di vista la funzione per la quale è stato incaricato? E poi, ripensare a quanto disposto per le visite fiscali che, con scarso impatto in termini di deterrenza, arricchiscono le AA. SS. LL. e impoveriscono l’Amministrazione; e ancora, rivedere l’applicazione della legge 104/92, e in un campo esterno alla scuola, interrogarsi su quali reali benefici hanno portato l’applicazione delle leggi 285 prima e 326 poi. E cosa è cambiato, qui da noi, con l’attivazione dei maestri di strada, e più recentemente, con le Scuole Aperte finanziate con milionari fondi regionali? Che si sia fermato il fenomeno dello sfruttamento minorile o della delinquenza organizzata, che si sia ridotta la dispersione scolastica non pare proprio, visto come siamo ridotti in quanto a sicurezza e legalità! Ecco, allora, dove mettere mano, signori ministri falciatori. Non licenziare la gente, non tagliare le classi, non distruggere le scuole che, in alcune realtà, sono l’unico presidio di civiltà e di cultura. Pensare alto, quindi, nel rispetto della gente e dei suoi problemi, con la buona creanza di attivare quei percorsi virtuali che portano al confronto serio, allo studio condiviso delle soluzioni, all’ascolto attento di tutti coloro i quali sono, ognuno per quanto gli pesa e gli compete, protagonisti delle proprie storie. info@lavocedelquartiere.it 14/11/2008 |