La Voce del Quartiere

LETTERA AD UNO SCOLARO, QUARANT’ANNI DOPO.

di
Luigi Antonio Gambuti

Ti scrivo, mio giovanissimo amico, per augurarti buon lavoro ora
 che ti avvii verso la porta della scuola.

 

Sì, buon lavoro, perché il tuo è un lavoro vero, fatto di sforzi e sacrifici, di prestazioni e remunerazioni e come tale va rispettato e sostenuto. Manca, ahimé e tuttavia, la tutela sindacale.

E se si tratta di un lavoro, vanno preparate le condizioni perché possa essere produttivo e non conosca tempi morti che mettano a rischio il capitale che vi è investito.

Questo capitale sei tu, straordinaria e irripetibile risorsa che non aspetta altro che di essere accresciuta per diventare a sua volta fonte di produzione e di profitto nel perenne svolgersi del tempo e testimone-protagonista d’amore e di bellezza, di noia e disperazione, nello scenario umano che ti accompagnerà pensoso verso gli orizzonti di vita.

Buon lavoro a te, piccolo scolaro, che avresti preferito riposare nel caldo tepore del tuo letto e sognare chissà quali fantastici pensieri. Buona fortuna. Sì, buona fortuna, perché t’aspettano (o dovrebbero aspettarti) compagni di viaggio esperti del cammino, preparati e competenti e pronti a darti una mano, sempre, quando il tuo passo si fa greve. Sì, forse, l’hai capito. Mi riferisco ai tuoi maestri, o forse al tuo maestro, unico, come si dice, perchè dobbiamo risparmiare.

Perché invocare la fortuna? Come nelle altre situazioni di lavoro, anche nella scuola, quella che ti accoglie, si corre il rischio di incontrare gente che non ha voglia di fare, distratta e con la mente appesantita da cattivi pensieri, che non si rende conto che gioca la tua anima e non manipola bulloni e tastiere. C’è il rischio, sì, di essere affidato ad un unico, irremovibile, manovratore che per lunghi anni segnerà il tuo destino e che sia quantomeno poco cosciente, per non dire d’altro, della responsabilità che ha nei tuoi confronti.

Ti aiuto a capire.

Se lo vedi distratto, tutto impegnato a discutere per le ore aggiuntive, per partecipare ai progetti della scuola, per i PON , i POR, tutto preso a reclamare incarichi e funzioni; a organizzare feste e processioni, a disperdere il suo tempo per le tante cose che ti tengono lontano e che poco o niente fanno bene al tuo cammino, ribellati. Non consentire che sprechino il tuo tempo.

Alza la voce, ribellati quando parli e chiami e non vieni ascoltato, quando lo cerchi e non lo trovi perché in tutt' altre faccende interessatamente affaccendato. Ricordagli che tu se lì e pretendi che ognuno faccia la sua parte . Tu sei lì, svegliato presto di mattina, che meriti di esser aiutato per fare il tuo dovere di scolaro. Pretendi ch’egli faccia il suo, "tiragli la giacca" e fagli capire che poco ti importa della sue preoccupazioni e che deve lavorare con te, un’anima in tensione e non con le carte o con funzioni lontane che niente hanno a che fare con il suo mestiere. Sveglia il tuo maestro e aiutalo a capire quanto è delicato il suo lavoro, ora che da solo ha la consegna di orientare il tuo destino.

E se ti capita ed hai fortuna chiama il direttore. O, scusa, il dirigente, come distruggendo una nobile funzione , si chiama oggi il "vecchio"direttore. Se riesci a conoscerlo e a sentirne la parola, digli che la scuola che tu vuoi è quella della vicinanza e della compagnia; non quella delle carte e dell’organizzazione. Che t’importa dell’organizzazione se poco o niente t’arriva nel clima quotidiano che vivi nel chiuso dell’aula e nemmeno un aiuto che ti incoraggi a superare gli ostacoli che inevitabilmente troverai?

Che te ne fai di feste, danze e recitazioni, se poi non riesci ad imparare a leggere scrivere e far di conto correttamente e a capire ciò che è bene e ciò che è male?

Che scuola è quella che fa a gara con le altre a chi fa più "ammuina", riempie carte e fa di tutto fuorché preoccuparsi dei tuoi problemi e inondarti di attenzioni premure e cure adeguate al tuo essere bambino? Verrà il tempo dei divertimenti; dillo a coloro più grandi di te che si divertono tanto mentre dovrebbero "gioiosamente" avviarti alla conoscenza delle cose serie; dillo che la scuola se per te è fatica lo deve essere anche per loro, solo se sentono sulle spalle il peso della loro responsabilità.

Non farti prendere in giro e diffida di chi ti lascia fare quello che vuoi. Se lo fa è perché non ti vuole bene e disperde le tue forze non volendo, talvolta non potendo, mettere in campo le sue.E per finire, mio piccolo eroe quotidiano, una parola che porterai ai tuoi genitori.

Stai tu accanto a loro quanto più loro stanno distanti da te. Sforzati di diventare la linea di congiunzione tra papà, mamma e la scuola e rivendica forte il diritto di parlare quando qualcosa non ti va. Rifiuta i tanti troppi beni che ti danno; lo fanno per tenerti buono e pensare ai fatti loro; reclama più bene, quello che non si vede e costa niente e che a lungo andare ti fa ricco, questo sì, di un bene che ti aiuta a vivere, t’arricchisce l’anima e ti arma la mano per le conquiste del domani.

Ti saluto, mio piccolo amico.

Quante cose avrei voluto dirti, ma mi fermo qui. Perché quarant’anni dopo ti riscrivo? Perché quarant’anni fa scrissi qualcosa di simile ai tuoi compagni di allora e noto che da allora poco o niente è cambiato, se non in peggio, nel mondo che ti accoglie. Tanto si è perduto tra canti e balli, feste e popcorn, marce marcette e tante diavolerie che , se fanno comodo agli altri, ti fanno male assai perché ti condizionano la vita, barattandola per i soliti piatti di lenticchie.

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17/09/2009