La Voce del Quartiere
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Per un si’ convinto, partecipato, responsabile di Tante parole abbiamo letto ed ascoltato sulla proposta del governatore Stefano Caldoro per la costituzione dei cosiddetti comitati del sì. Parole di apprezzamento e parole di contestazione per diversi ordini di motivi, dettati dai punti vista più che dalle appartenenze politiche. Se ci si pone dalla parte di chi recepisce, discute e decide sui problemi e sulle loro soluzioni si è in linea con le proposte del governatore e si apprezza e condivide la sua iniziativa intesa a realizzare un diverso e più virtuoso abbrivio alle questioni che premono sulla vivibilità della cittadinanza; se ci si pone dalla parte di coloro i quali, non avendo la possibilità di proporre , discutere e decidere in merito ai propri destini di cittadini, di fruitori destinatari di spazi ed opportunità comuni, si resta quantomeno perplessi e sconcertati di fronte alla richiesta di un sì, quasi incondizionato, alle manovre governative tese ad affrontare e risolvere questioni. La più urgente delle quali è, oggi, quella dello smaltimento dei rifiuti. Lo sconcerto deriva ed è giustificato dalle numerose esperienze negative che hanno fatto sedimentare nella coscienza dei più la sfiducia nei confronti di coloro i quali scelgono e dispongono perchè politicamente incaricati di farlo,delle condizioni di vita,pubblica e privata di migliaia, milioni di persone (la metafora dell’ombrello è sempre attuale). Dal punto di vista di chi governa non si può non essere d’accordo sulla necessità di cambiare atteggiamento nei confronti di chi gestisce il potere di scegliere e decidere : non è cosa facile farlo perché nella complessità di governo di una regione come la nostra ricadono innumerevoli motivi che rendono problematico sia l’approccio ai problemi, sia l’itinerario programmatico messo in campo per la loro soluzione. Non fosse altro, si può obiettare, che chi sta dall’altra parte non è a contatto con la realtà vissuta e sofferta di chi sta da questa parte; non c’è percezione diretta delle difficoltà da parte di chi sta oltre e non dentro il recinto delle miserie e delle contraddizioni quotidiane, lette sia sotto il profilo ambientale, sia sotto il profilo più strettamente umano. Prendiamo, a caso, il problema della violenza metropolitana. Che mai potrà sentire un governatore, quale mai paura potrà fargli tremare le mani, quale collera potrà turbarne l’equilibrio emotivo se quando esce di casa o si reca in ufficio è portato scortato lampeggiato servito e garantito sia nella persona, sia nella gestione dei tempi della sua giornata ? E cosa potrà mai sentire in quanto a disagio esistenziale una classe dirigente arroccata nei palazzi, autoreferenziale nei salotti e supponente nei rapporti, quasi sempre lontana dalle lande devastate delle periferie,infestate dalla criminalità,imputridite dalla spazzatura,umana e materiale che a piene mani coloro che pensano e decidono spandono e diffondono nell’esercizio delle loro funzioni ? Ecco, allora, il solco profondo da colmare,quella distanza antica, ed oggi ancor più lontana, tra chi dispone, (comanda) e chi è destinatario della disposizione (ubbidisce), con una operazione che costituirebbe i presupposti politici per la concessione di un sì convinto e responsabile alle domande di chi gestisce il bene comune. E’ vero ed auspicabile, allora, cominciare a pensare positivo, per innescare un cambio di mentalità al fine di vincere le incombenti sfide della modernizzazione; è sacrosanto e indispensabile tentare di realizzare un approccio culturale ai problemi, innescando un cambio di mentalità che si opponga ai veti e alle culture del no; è pur vero che bisogna darsi delle regole, etiche, soprattutto, per combattere ed invertire la tendenza negativa di pregiudiziali opposizioni ad ogni tentativo messo in campo per costruire processi virtuosi; è auspicabile animare dibattiti sereni scevri da posizioni di parte troppo radicali; è pur vero attivare strumenti e strategie nuovi per consentire una partecipazione allargata onde realizzare un coinvolgimento maggiore nelle scelte e nelle decisioni di tutta la società civile,come è tutta da approvare questa nuova modalità di intendere la partecipazione politica perché essa rappresenta una necessità ormai ineludibile,se si vuole uscire dalla profonda gora in cui ci siamo impanati. E’ pur vero, tuttavia, che, per realizzare l’assunto di cui sopra bisogna,decisamente si sostiene, ‘ripulire’ il contesto politico ,amministrativo e culturale in cui operano i governanti dei nostri destini di cittadini. A tutti i livelli, si capisce, dalla circoscrizione al comune,dalla provincia alla regione,fino ai governi nazionali. Ecco, quindi ,la parola chiave per indurre la vocazione al sì e neutralizzare i pregiudizi: ripulire, per cancellare le ragioni della sfiducia e della rassegnazione che stanno alla base dei comportamenti dei soggetti più esposti alla conseguenze delle scelte e delle decisioni di chi è autorizzato a porle in campo. E’ necessario,pertanto, se non obbligatorio pensare , rappresentare e finalmente realizzare un tipo di società "ripulita"dalle mafie e dalle corruzioni, risanata nelle relazioni, più attenta e vigile alle domande di coloro che hanno poca voce, di coloro che sono ai margini del contesto sociale e , come soggetti inermi perché senza potere, sono le prime vittime del malcostume , dell’arroganza e delle ruberie impunite di una classe dirigente che fa strame delle regole e della morale. Solo così facendo, potranno rinsaldarsi i vincoli della cittadinanza, renderla realmente attiva e partecipata, coinvolgente, dove la stessa possa farsi luogo di confronto,di responsabilità e di realizzazione del sé come individuo e come cittadino. 14/11/2010 |