La Voce del Quartiere

PRENDERE COSCIENZA PRIMA DELLA FINE

di
 Luigi Antonio Gambuti

Alla fine degli anni ’60, nel clima della cosiddetta esplosione della comunicazione massmediale, Paulo Freire, un pedagogista brasiliano, parlò di coscientizzazione delle masse, come un processo attivato dalla circolazione delle conoscenze veicolata dai mezzi radiotelevisivi diffusi a dimensione planetaria.

La presa di coscienza di diritti di libertà, la conoscenza degli stili di vita dei popoli del mondo occidentale, fece nascere nelle popolazioni del cosiddetto terzo mondo la ribellione nei confronti dei loro colonizzatori, sino a determinare, con interventi non sempre incruenti, la fine del colonialismo dopo circa un secolo di vita.

Da allora le popolazioni, sottomesse per decenni al potere degli stati conquistatori, hanno costruito faticosamente le loro architetture istituzionali, le loro strategie economiche ed attivato adeguate relazioni internazionali, per darsi una identità precisa nel panorama delle comunità mondiali.

Al posto dei regimi coloniali si insediarono governi militari, rappresentanze tribali, dinastie e monarchie prima spodestate che negli ultimi decenni hanno governato i territori nel difficile passaggio da una condizione di sudditanza ad una condizione di autonoma e legittima determinazione.

Allo stato, ed in presenza delle insurrezioni delle ultime ore, si sta realizzando il secondo tempo della presa di coscienza di quelle popolazioni,in special modo di quelle rivierasche che si affacciano sulla sponda meridionale del mare Mediterraneo.

Queste popolazioni, sospinte più dai giovani che dai movimenti politici o sindacali, reclamano l’esercizio pieno dei diritti di libertà e di autonomia, una più equa distribuzione della ricchezza nazionale, politiche del lavoro più moderne ed adeguate, spazi di discussione e di decisione più confacenti ad una moderna e democratica visione della vita.

Si sta lottando, nei paesi nordafricani, non sospinti da ragioni religiose - l’integralismo islamico non ha trovato spazio per contaminare le rivolte - quanto da motivi squisitamente civili, là dove si è capito che il tempo delle dinastie e delle para dittature è definitivamente tramontato.

Si lotta e si muore per la libertà, intesa non come abbrivio a fare ciò che si vuole, ma come affermazione solenne di se stessi come titolari di diritti reali concretamente esercitati e garantiti per conquistare e mantenere spazi di vita più consoni ad affermare la propria soggettività.

Si è registrato e si registra tuttora, un coraggioso scatto d’orgoglio che si propaga velocemente in un’area da sempre dominata prima dai colonizzatori dei paesi occidentali e poi dai ras locali di ogni levatura. Un orgoglioso e coraggioso atto d’amore.

Qui da noi, che una volta si teorizzava di essere per cultura, capacità d’impresa e peso nella gerarchia dei paesi industrializzati, la nazione di riferimento per la costruzione di una realtà mediterranea in concorrenza con la realtà dei paesi nordoccidentali- e Napoli si candidava a capitale- qui da noi si sta realizzando una pericolosa ed inarrestabile deriva terzomondista se solo questo attributo lo avviciniamo al modo di essere delle popolazioni che nel presente se ne stanno sanguinosamente liberando.

Capita che, nel sonno tragico in cui siamo piombati, ci stiamo connotando come un insieme disarticolato - vedi federalismo prossimo venturo- di aggregazioni umane ognuna lasciata in balia di un presente attenzionato da fatti che niente hanno a che vedere con i problemi della gente: la costituzione materiale, il legittimo impedimento, il processo breve, le intercettazioni e le prescrizioni ballerine, riforme fasulle di organi costituzionali, i processi Mediaset, Mediatrade, Mills e il Rubygate, le ricchezze d’ostellino, le arcorine e le olgettine, gli assegni e i benefit presidenziali, le lote morali e i lodi giudiziari, i puntigli e le smentite e il mercato delle vacche di poco onorevole fattura. Sono questi i fuochi di attenzione privilegiati di una classe dirigente che mai come in questo momento sta dando spettacolo indegno e indecoroso sullo scenario del mondo.

A cominciare dal Capo; di quale, si capisce. Mentre sull’arco africano si lotta e si muore per conquistare e mantenere livelli di vita decorosi, da noi si sta impunemente assistendo alla caduta finale ed irreversibile di quei diritti secolari che ci hanno fatto diventare una nazione civile.

Là si sta realizzando la seconda fase del processo di coscientizzazione, qui si sta insinuando nelle coscienze non un processo virtuoso di crescita e di vigile attenzione, quanto una fase di sonnolenta ed acquiescente compromissione con un regime ed un modo di intendere la vita che mortificano i più elementari diritti di libertà e partecipazione.

Lì si lotta e si muore per affermare alla luce del sole e dei bagliori dei cannoni la dignità e il valore dell’autodeterminazione dei propri spazi vitali, a cominciare dal tozzo di pane, qui si cincischia tra bunga bunga, insolenze e facce di bronzo sempre più arroganti – ci abbiamo i numeri è il motto ricorrente!- ladrocini e compromessi sempre più diffusi ed impuniti sino a dover registrare la voce allarmata del Papa che denuncia "l’eclissi del senso della vita".

Dove arriveremo di questo passo?

Saremo ancora in tempo per scansare il dirupo morale in cui stiamo precipitando?

Riusciremo ad arginare l’ondata di oscenità etico-politico-culturale prima che sia troppo tardi?

Prima che si dia l’ultima spallata- oh!l’elefantino!- ai cosiddetti puritani per avallare e consolidare un modello di vita che legittima la prostituzione come leva del successo, l’inganno come strategia del consenso e l’arroganza come approccio all’interlocutore?

Prima che gli ultimi presidi di legalità - la scuola laica ne rappresenta l’ultima frontiera - aggrediti e blanditi cadano sotto la pressione delle caste impunite d’ogni colore e dimensione, locale e nazionale?

Sic stantibus rebus non si trova una risposta e se la si trova, fa una certa impressione riportarla.

05/03/2011