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NAPOLI CASA MIA
di Luigi Antonio Gambuti
Non bastano più parole per alimentare la
speranza nel cuore dei napoletani.
Non bastano più le parole per continuare a sperare in una città dalla
vivibilità migliore, nuova, più a misura d'uomo e più sicura. L'altro
giorno a Caste! Sant'Elmo, nel corso di un Convegno internazionale di
studio sulla "Città dei possibili" fu detto chiaramente come deve essere
una città moderna e quale ruolo essa deve assumere per essere funzionale
alle domande dei suoi cittadini Tra le tante risposte, quelle di un
bambino ci ha colpito di più: nella mia città mi sento a casa mia. Ebbene,
sentirsi a casa a Napoli risulta ancora tanto difficile, ancora oggi. Casa
mia vuoi dire abitare uno spazio, dove c'è sicurezza, protezione, chiare
possibilità di movimento e facilità di governo delle piccole e grandi cose
quotidiane, per viverlo in serenità e gioia. Napoli,casa mia, mi da oggi
tutto questo? E se me lo da, a quale costo e con quali sacrifici?
Relativamente alla prima domanda bisogna onestamente dire che poco o
niente è stato dato agli abitanti della Città in ordine a sicurezza e
protezione, e il governo delle piccole e grandi cose si realizza nella
precarietà di sempre rendendo poco gioiosa e poco serena la nostra
quotidianità.
Poco o niente è cambiato nella realtà, pur nella legittima frenesia di
cambiare, pur nella consapevolezza che, avere fiducia nelle proprie
possibilità di riscatto, rappresenta il primo importante passo per
realizzare la speranza di una vita nuova in uno spazio nuovo. Continua a
scorrere il sangue dei morti ammazzati, scippi e rapine sono eventi che
ormai fanno poca o niente notizia; manca il lavoro, manca una chiara
assunzione di responsabilità da parte di coloro i quali dovrebbero
provvedere a farlo. Parla il Sindaco, promette Prodi, predica il
Cardinale, tutti si sentono mobilitati ma, gattopardescamente, in tanto
movimento di pensiero e di parole, opere non si vedono, passi non se ne
fanno, la situazione resta incatenata ad una triste e desolante
permanenza.
Se qualcosa sta cambiando, (e non si può negare l'evidenza, né siamo
vocali a
farlo) sta cambiando a spese di molti per la fortuna e la soddisfazione di
pochi.
Non si tratta qui, di assumere, demagogicamente, la difesa d'ufficio della
povera gente, cui si è, per certi versi,
espropriato sinanche il diritto di circolare, né di elencare tutta la
sequela di difficoltà antiche e nuove che tormentano la vita dei quartieri
napoletani. Qui si vuole richiamare la necessità di un risveglio
"possibile" di tutta la comunità napoletana di tutta la Città,
antropologicamente intesa, non solo di quella che espone sempre e solo il
suo salotto buono.
La "Città dei possibili" deve fare uno sforzo comune perche il sogno,
l'utopia, le voglie, i desideri dei quartieri emarginati possano
realizzarsi nei tempi e nei modi dovuti al fine di saldare in un unico
disegno l'identità dei napoletani. Un quadro in cui le differenze vanno
esaltate e vissute come risorse, in cui ogni soggetto possa viversi
soddisfatto di farlo, teso sempre a dare il meglio di se stesso per il
bene proprio e quello altrui che del proprio si alimenta e del proprio è
rilevante parte costitutiva.
La questione pare essere proprio questa: riavvicinare i cittadini dando a
tutti la possibilità di vivere la Città, ognuno per quanto gli bisogna,
senza esclusioni dovute a condizioni che al soggetto non possono essere
addebitate.
E' utopia questa che ci fa sperare in una Città diversa e nuova, in cui
tutti hanno garantito l'esercizio dei diritti e presente l'osservanza dei
doveri?
Fa bene Bassolino a progettare il porto polifunzionale, la nuova Bagnoli,
la metropolitana europea e le nuove facoltà universitarie dislocate nei
quartieri di periferia.
Farebbe meglio, comunque, a pensare anche più corto, o delegare altri a
farlo, per dare segni di speranza a chi aspetta il mutamento delle piccole
cose, la soluzione delle piccole questioni che sono proprio gli accidenti
che più degli altri ci tormentano la vita.
I napoletani ci credono; dopo la tanto vantata riacquisizione della
fiducia in se stessi vorrebbero che la fiducia riposta nelle istituzioni
fosse ripagata con fatti, e non solo e non più con le solite parole.
giugno-luglio 1998
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