La Voce del Quartiere

 

MA, NON NE VALE LA PENA. TANTO…

di Luigi Antonio Gambuti

 

Si è sentito spesso, in questi ultimi tempi, pronunziare questa frase.

Parole accompagnate da gesti che, più delle parole, mettono in luce quanto di grave ci fosse nel loro significato.

Cerchiamo di analizzarle,per dare senso al nostro modo di essere oggi, come cittadini elettori,chiamati a stabilire,nel segreto delle urne, le linee portanti del nostro futuro.

Partire dal ma mette chiaramente male perché salta in evidenza qualcosa che , sin dal principio, ostacola il nostro cammino.

Il ma è l’intoppo, è lo scoglio che ci obbliga a prendere coscienza di qualcosa che non funziona,di qualcosa dalla quale comunque bisogna ripartire,costi quel che costi.

Il ma in termini politici dice chiaramente che così non va; è particella avversativa,quindi,contesta ciò che c’è, ciò che si è costituto e che riempie-occupa di sé ciò che si vorrebbe, sin dall’inizio, individuare come alternativa. Il ma è il malaffare, la corruzione, la mafia e la camorra; il ma è il blocco di potere. Il ma politico di oggi è quel contesto di diffidenza dei più nei confronti di chi di politica vive, gode, e quasi sempre si arricchisce e non solo di privilegi e di impunità.

E’ una particella che denuncia una realtà spiacevole,una condizione di difficoltà che non si riesce a modificare e che, a lungo andare, così come in queste ore sta capitando, scoraggia coloro i quali potrebbero impegnarsi a trovare alternative per ricreare contesti e condizioni di vita migliori di quelli in cui ci si muove.

Fatta questa sommaria, breve analisi di partenza, veniamo al grido di sconforto che spesso si ascolta e sconvolge entusiasmi e spegne le speranze.

Non ne vale la pena, si sente dire. Non ne vale la pena uscire di casa; non ne vale la pena impegnarsi a studiare; non ne vale la pena partecipare alla vita associata; non ne vale la pena fare sacrifici; non ne vale la pena andare a votare.

Chi pronuncia questa frase, così breve, così tranciante nel suo scarno significato, denuncia uno stato d’animo perdente, svuotato di speranza e di futuro, arreso all’evidenza di una realtà che col ma di partenza si è cercato di raccontare.

Il non ne vale la pena è una resa quasi irreversibile , perché dimostra di essere convinta e ragionata, di fronte a fatti e comportamenti che non si riesce più a governare e a tenere sotto il controllo della ragione e, quindi, gestibili con i normali strumenti di una persona intellettualmente ed emotivamente normodotata.

L’abbiamo sperimentato in occasione dell’ultima tornata elettorale. Lo scoraggiamento determinato dal non ne vale la pena ha tenuto lontano dalle urne milioni di persone nel Paese -e migliaia nella nostra realtà metropolitana- privandole del più delicato e fondamentale diritto di un cittadino,membro di una comunità democratica: quello di scegliersi i propri amministratori , coloro i quali devono, in suo nome, progettare e realizzare il suo futuro.

E’ capitato, così, che l’astensionismo è diventato uno dei partiti più forti della Nazione, inducendo un processo di deresponsabilizzazione delle masse che, non solo le allontana dal dovere della responsabilità diffusa, quanto le priva di quella straordinaria opportunità rappresentata dalla facoltà di praticare la cosiddetta cittadinanza attiva che fa di un individuo l’elemento contrattuale tipico di una comunità retta da regole e criteri uguali per tutti.

Il non ne vale la pena produce questi risultati, tenendo lontani dalla direzione del potere coloro i quali, per scelta emotiva, per scoramento, per delusione, per visione della vita attraversata da un pessimismo lacerante, lasciano che altri, nell’orfanità del loro coinvolgimento, decidano del loro destino.

È una brutta,direi oscura,operazione di non scelta,di irresponsabile non decisione; di poco accorta non appartenenza, in considerazione del fatto che ,comunque si decida di non agire, vi saranno altri che troveranno spazi e mezzi per decidere ed agire in vece nostra.

Chiamerei, con un’immagine forte, questa performance un suicidio civile, che rende chi la pratica, cosa morta nel turbinio di una vita che, comunque la si consideri, trascorre, travolge e determina le stesse condizioni del suo esercizio.

Chi non partecipa al voto,quindi, oltre a non onorare uno dei più alti principi democratici,si tiene fuori dal suo contesto di vita e si fa portare sulle spalle – e che spalle, talvolta- di coloro i quali, grazie al suo negarsi di fronte alle scelte, perseguono i loro interessi e fanno del suo astenersi, l’uso che meglio loro si aggrada.

Tanto, e per finire, è la chiosa finale che più dell’assunto iniziale sconvolge chi appena appena s’appresta a rifletterci sopra.

Tanto è il sommario dei reati impuniti, delle sentenze ineseguite; dei ladri di Stato riveriti ed apprezzati (sanno fare i loro interessi e, quindi, sono bravi ed ammirati, nonché "onorevolmente" votati).

Tanto è il segnale dell’impotenza; è l’espressione desolata di chi si convince che non c’è più niente da fare, che comunque si mettano le cose, la situazione non cambia, né potrà mai cambiare.

Tanto, non se ne fa niente- si dice - là dove si pensa che tutto è inutile e che ogni sforzo non dà alcun risultato.

Dopo questo argomentare realistico ed amaro, specchio della realtà in cui ci muoviamo, dobbiamo necessariamente farci un domanda: se tutto è inutile, allora, a che serve spendersi per partecipare, impegnarsi per cambiare, lottare per vincere? Chi è perdente, chi pratica il ma non ne vale la pena, tanto, o chi resiste resiste e partecipa, si impegna e lotta per vincere la resa e cambiare le cose?

Al di là di tutto, pensiamo che fra qualche giorno si potrà scegliere fra le due opzioni. Basta recuperare la fiducia nelle proprie forze, la dignità di essere persona, il valore alto e prezioso della propria libertà. E poter dire di avere cancellato il ma - le cricche e i gruppi di potere-; di aver sperimentato che impegnarsi fa bene a se stessi e alla comunità cui si appartiene e, quindi, lo sforzo è ben ripagato e che, tanto o non tanto, comunque si agisce , si smuove la palude e qualche raggio di sole ritornerà ad illuminare il cammino dell’uomo nuovo, coscientemente responsabilizzato.

 

 

22/05/2011