La Voce del Quartiere


La sanzione. Quella reputazionale
  va di moda

di
Luigi Antonio Gambuti

 

Abbiamo sempre saputo, e qualche volta subito, delle sanzioni alle quali vanno soggetti coloro che con i loro comportamenti trasgrediscono le norme.

Le sanzioni, mezzi o strumenti giuridici con i quali una norma impone il suo rispetto,vanno comminate per punire e/o ripristinare lo status quo ante alla situazione violata, per risarcire enti e/o persone danneggiati e punire e stigmatizzare i comportamenti scorretti.

Le sanzioni più applicate sono quelle di ordine penale,restrizione della libertà o di quant’altro attenga all’esercizio dei propri diritti "personali"; quelle di ordine civile che limitano o affievoliscono libertà che le persone possono godere in qualità di cittadini di una polis giuridicamente organizzata; quelle di ordine patrimoniale , che si esprimono con la lesione di valori e di beni di ordine economico e quelle etico - morali che rappresentano il vulnus della sfera più intima della personalità e delle sue espressioni. Non ultime, e forse tra le più rilevanti, ci sono le sanzioni sociali.

Tra queste, che si nutrono dei giudizi negativi espressi sulle azioni di coloro i quali hanno trasgredito le norme , o soltanto il senso comune dell’agire , una nuova tipologia di sanzioni è stata battezzata l’altra sera da Luigi Abete , presidente della Banca Nazionale del Lavoro e d’altre cose ancora.

Ci siamo sorpresi di fronte al nuovo lemma e abbiamo, registrandolo nel novero del nostro patrimonio linguistico, contestualizzato il termine nella realtà presente, là dove il nuovo vocabolo sanzionatorio trova terreno fertile nel far valere la sua portata ricca di significati.

La sanzione, come mezzo per riportare l’ordine delle cose, è antica quanto il mondo ed è diffusa dappertutto, utilizzata e praticata come deterrente per dare senso alle disposizioni della legge e come controllo sociale dell’ordine e delle convenzioni dalla stessa costituiti.

0ggi,pertanto, è stata arricchita di un altro significato e rappresenta , o dovrebbe rappresentare, l’allarme più vigile per riportare i passi sbagliati sul giusto cammino e su ritmi legalmente riconosciuti.

La sanzione reputazionale-così come definita da Luigi Abete- dovrebbe essere la leva di Archimede per riequilibrare il nostro sistema politico-sociale, recuperando comportamenti virtuosi e stigmatizzando azioni e comportamenti scorretti, agìti nell’ordine pubblico, e indirizzare,fin quanto è possibile, gli individui verso il rispetto non solo delle norme - cosa ovvia, persino - quanto anche e soprattutto verso se stessi ed il gruppo sociale di appartenenza, nel quale la reputazione,letta come la considerazione che altri hanno di noi, convenzionalmente "sentita come retta misura della qualità o della moralità della persona", dovrebbe essere prioritaria nell’esercizio della propria presenza nell’ordine costituito. In chiaro, cosa si pensa di noi in merito alle nostre azioni ed al nostro modo di fare in mezzo alla gente.

E cosa noi rappresentiamo per l’economia dei gruppi di appartenenza e quale utilità produciamo nell’economia dei gruppi stessi.

Oggi la sanzione reputazionale è stata, finalmente,fatta oggetto di attenzione mass-mediatica e si spera che, da questa particolare modalità di difesa della norma, che i trasgressori vengano riconosciuti come tali, e si convincano che i loro comportamenti non possono più di tanto essere giustificati come azioni di saper fare, di furbizia e di capacità cosiddette superiori. Anzi.

Di tali esempi oggi siamo sconcertati testimoni - se non occasionali protagonisti, così non ci accuseranno di non dover scagliare la prima pietra- ed auspichiamo che la reputazione personale possa assurgere a valore da tutti riconosciuto ed apprezzato e non venga sottomessa a "valori" di ben altra e più redditizia natura.

Perché questo è il problema. Nell’affievolimento generale del rispetto delle norme, nei ritardi storicamente scontati nell’applicazione delle sanzioni di ordine penale,civile, patrimoniale - detenzioni; lesioni di diritti; multe, sequestri e more - riscoprire il valore punitivo delle sanzioni reputazionali rappresenta la speranza che qualcosa possa cambiare nel nostro orizzonte quotidiano.

Se non si stigmatizza con parole chiare ed inequivocabili prese di distanza, la trasgressione della norma come elemento regolatore dei rapporti sociali, non si riuscirà mai ad invertire la tendenza che vede apprezzare la furbizia e il malaffare come elementi "leciti" purché siano legati al perseguimento dei propri interessi personali.

Bisogna, allora, che, se al di là della comminazione delle pene previste dalle sanzioni-qualora vengano applicate!- ci si imponga, o si ritrovi, quel rigore morale che dovrebbe fare da piattaforma a tutti i comportamenti dell’ essere umano .

Senza di questo niente e mai può essere possibile nella rivalutazione della dignità dell’uomo.

Niente più va contrabbandato come capacità di saperci fare; come virtù di animale politico furbescamente esercitata; come necessità di saper badare ai propri interessi e sistemare le proprie situazioni familiari. Ed essere, per queste capacità, approvati ed apprezzati, se non addirittura invidiati. Quando saremo capaci di dire basta a queste considerazioni che oggi, purtroppo, vanno molto di moda, allora potremo sperare di costruire, con la fatica e il sudore degli onesti, propri della gente che gode di buona ed accertata reputazione, quel mondo migliore che tutti auspicano a parole, quando sotto sotto lo tradiscono coi fatti.

Altro che galere; altro che sequestri, altro che multe.

Per dare segno di rinascita della dimensione morale della nostra società bisogna operare per costruire attorno al malaffare una cortina di riprovazione ed attorno ai personaggi che di questo si sono macchiati un’ atmosfera di indifferenza che li faccia sentire isolati, alienati dal contesto civile in cui vivono e nel quale fanno valere i successi delle loro azioni delittuose.

Alienati al punto tale che non possono godere del pubblico apprezzamento del loro operato e non possono più "gioire" dell’ invidia che in certi contesti culturali il loro modo di essere al mondo indubbiamente comporta. Pur nella considerazione cristiana che ogni essere umano è creatura che può commettere errori e che, in quanto caricato di tale debolezza, può essere capace di riconoscere o rimuovere l’ errore commesso, bisogna fortemente fare differenza fra chi sta attento a non commetterne e chi invece, deliberatamente ne commette, per agevolare il suo cammino e godere di privilegi di ogni natura.

Almeno questo, bisogna giocare sul tavolo di gioco. In attesa che le pecorelle smarrite ritornino all’ ovile, bisogna far capire che l’ errore e le trasgressioni vanno sanzionati con la presa di distanza da parte di chi errori e trasgressioni non ne fa, non ne vuole fare e si sforza per non farne. E non per questo è una persona incapace, non attenta a fare i propri interessi.

Alla fine di queste riflessioni, tornerebbe facile fare qualche riferimento concreto, con l’ elenco di nomi e cognomi di personaggi che ci " hanno saputo fare" nel loro recinto di caccia. Ce ne sarebbero tanti da fare, vicini e lontani, perché tanti circolano appesantiti da errori e trasgressioni mai adeguatamente sanzionati dai codici di riferimento.

La sanzione più pesante deve essere, a nostro avviso, per coloro i quali si pavoneggiano nei loro privilegi fraudolentemente acquisiti, appunto, quella reputazionale.

Perciò, fare distanza, stare lontani dal recinto frequentato da lestofanti e bucanieri - mi stava scappando mendicanti e faccendieri- può fare da deterrente e remora per coloro i quali sono soggetti a pubblica, generale sanzione reputazionale.

 

 

23/01/2012