La Voce del Quartiere
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La rivoluzione d’ottobre di "Non è solo in virtù della forza delle cose che si realizzerà la Rivoluzione; ma è anche con la forza degli uomini, con l’ energia delle coscienze e della volontà".(Jaurés)
Sarà questa del 25 ottobre 2009 la data di partenza di un percorso rivoluzionario che porterà all’ assalto del Palazzo d’ inverno e all’ Assemblea Costituente di un nuovo assetto sociale, politico, economico e culturale del Paese? E se sì, ce la faranno i nostri eroi a non farsi trascinare dall’ ineludibile forza delle cose – ineludibile in quanto determinata da fattori che travalicano l’ essere – e farsi protagonisti degli eventi, alimentando l’ energia della coscienza e praticando l’ ottimismo della volontà? Sono tante le attese per questo appuntamento che oggi legittima la responsabilità in capo a colui il quale deve - come capo dell’ opposizione – guidare e orientare la ripresa rivoluzionaria di un paese addormentato nelle coscienze,mitridatizzato dai veleni mass - mediali e reso orfano degli slanci vitali che solo una volontà spinta all’ agire può produttivamente alimentare. Da parte nostra, senza entrare nella partita che si giocherà nel segreto delle urne, ci permettiamo di tracciare alcuni punti di analisi per dare senso alle domande dei cittadini interessati alla competizione elettorale. Siamo in presenza di un clima politico che, sfilacciati i fili dell’ ordito valoriale del sistema democratico del Paese, fa intravedere un domani ancora più fosco e poco rassicurante per le sorti di una struttura statuale che sta subendo colpi di scardinamento alle sue prerogative di garanzia, per favorire non una crescita dei tassi di libertà e di autonomia delle persone, quanto una fuga di responsabilità di un singolo che ritiene, al di là e al di sopra di ogni ragionevole criterio, di essere il primus inter omnes e non il primus inter pares come la cultura democratica ci ha insegnato. È questa l’ urgenza che preme al momento: salvaguardare la tenuta democratica del paese e ricostruire, prima che sia troppo tardi, un clima di rinnovata fiducia nelle istituzioni, implementando nel tracciato quotidiano delle vicende pubbliche e private, parole come rispetto, pudore, tolleranza, uguaglianza, libertà , onestà (una rarità per quanto sta succedendo!) e quanto altro può servire per arginare la frana di immoralità che ci sta universalmente mortificando. Allo stato, visto che l’ attuale maggioranza, tranne qualche spunto critico subito fatto rientrare applaude e difende con inaudita convinzione le gesta di un personaggio che muove gli scenari della politica a suo uso e consumo, è necessario che qualcuno si metta al lavoro seriamente ed agisca prima che sia troppo tardi se già non lo è. Al Partito Democratico, che oggi comincia a costruirsi l’ organigramma statutario vanno caricati grossi pesi di responsabilità, assieme a tante, tantissime aspettative da parte di coloro i quali non hanno ancora portato il cervello all’ ammasso e amano camminare ancora in posizione eretta. Quali strategie da porre in campo? Qualcuno ha detto che il Partito Democratico possiede grandi capacità di autolesionismo? E perché, allora, non cominciare ad avere maggiore fiducia nelle proprie forze e praticare quella sana arroganza della cultura democratica a fronte di una grassa, untuosa dipendenza da una cultura egocentrica, egolatrica, autoritaria e mutandara dell’ attuale maggioranza? È tanto faticoso convincersi che ce la si può fare e mettersi a lavorare per farcela? Qualcun’ altro ha detto che bisogna ritrovare lo spirito pluralistico che è stato una delle ragioni fondative del partito. Nulla da obiettare, se si fa tesoro delle esperienze precedenti che hanno messo in crisi i governi Prodi. Il pluralismo deve essere garanzia di confronto, dialogo, rispetto per le idee e le tendenze altrui, nonché ricerca costante dei punti che uniscono per evitare di cadere nei danni provocati dai conflitti e dalle divisioni. Vae soli, si diceva una volta, ma guai a camminare male accompagnati. Tutti assieme allora, di nuovo e con compiti precisi, con dichiarazioni d’ intenti chiare, oneste, contrattualmente e responsabilmente riconosciute. In questo contesto, la buona politica deve fare scelte precise e, nel rispetto degli orientamenti plurali dei vari contraenti, deve trovare necessariamente la sintesi delle diverse posizioni ed adottare decisioni (pubbliche, dopo il dibattito in privato ) nelle quali ognuno possa ritrovare qualcosa di suo. Bisogna, prioritariamente, darsi il compito di sensibilizzare, per vitalizzarla, l’ attenzione politica per i problemi reali della gente, quella vera, non quella tirata fuori dai sondaggi e cloroformizzata da una sorta d’ incantesimo messo in atto da un perverso affabulatore. E il cambiamento " strategico " della classe dirigente, a tutti i livelli. Cosa non facile, si capisce, ma necessaria come l’ aria, se si vuole ricominciare a vivere come un partito moderno, dinamico, volitivo e coraggioso. Basta ,quindi, con le solite facce, con le decisioni prese nel segreto ovattato dei salotti; basta con le lusinghe e le delegittimazioni; basta con le umane,umanissime ma non apprezzabili presunzioni. In chiaro,basta con le teste d’uovo in vetrina, con le speculari teste di turco in cantina. Niente bizantinismi, niente esclusioni a priori, niente passi in avanti per non bloccare il cammino in comune . Che siano a prevalere, quindi, nella teoria e nella pratica del nuovo partito, la ricerca costante delle ragioni dello stare assieme per operare a favore delle comunità di riferimento a tutti i livelli territoriali, al contrario di quanto accade oggi, sprofondati come siamo nella palude di una ossessione tutta focalizzata sull’uomo solo al comando.
25/10/2009 |