L’ABITUDINE, IL NOSTRO
MALE QUOTIDIANO
di
Luigi Antonio Gambuti
Molte voci si
levano in questi tempi in merito alla condizione
socio-politico-economica che, attraversando la società occidentale, tocca
e contamina anche la realtà del nostro Paese. Intellettuali, economisti,
politici, filosofi e opinionisti e, perché no, anche venditori di fumo, si
cimentano nel difficile compito di ricercare e definire le cause del travaglio
della società contemporanea e si spendono, utilizzando tutti i canali della
comunità mass mediatica, per indicare terapie e soluzioni alle sue patologie.
Si scrive di società complessa, di società liquida e della conoscenza; si dice
di noia e di indifferenza; si denuncia la morte delle istituzioni storicamente
consolidate e delle ideologie che le hanno generate; della morte del padre,
come concetto chiave per definire la perdita di autorità da parte di chi
di questa dovrebbe essere titolato ad esercitarla; di relativismo etico e di
decadimento morale: tutte questioni che interpellano ancora chi riesce a porsi
delle domande nella totale assenza di stimoli che la realtà così rappresentata
produce. Sui giornali e nelle televisioni si trova di tutto per comporre un
mosaico di risposte ai tanti perché che l’uomo della strada si pone senza
infingimenti culturali, perché non contaminato da interessi di parte, né da
apparentamenti ideologici e politici. Una parola, a nostro avviso, merita
particolare attenzione: l’abitudine. Una parola, una sindrome di una malattia
che pervade tutto il corpo sociale, che soffoca ogni slancio vitale, che
mortifica la voglia di rischiare per tentare percorsi nuovi ed attutisce lo
sdegno fino a farlo abortire del tutto per le cose che non vanno; che
induce al rinvio delle decisioni e frena lo spirito di iniziativa.
Perversamente, l’abitudine si insinua nei comportamenti e fa accettare come ineludibili
perfino gli accadimenti negativi; fa morire sinanche la speranza, uccide la
capacità di provare meraviglia, soffoca lo stupore per le cose nuove e
inaspettate, appiattisce la vita nella società colpita da questa malattia. Ci
si abitua, gradualmente, ad accettare di tutto, per cui il “così vanno le
cose” diventa la risposta quotidiana ai disagi e alle difficoltà della vita.
Abituati a tutto, al Cavaliere del dico e non dico, del cucù e della
barzelletta; alle contumelie lanciate a tutta forza dai salotti televisivi
(esemplare il match tra Bianco e Brunetta con tanto spreco di cretino e
criminale!); alle arroganze dei faccendieri di Stato e alle vergognose
sceneggiate dei lecchini di turno, alle dive scosciate e ai bulli pettoruti e
incupiti; alle ruberie dei potenti ed ai lamenti della gente (non ce la
facciamo più ad arrivare alla terza settimana!); alla crisi economica (la
nostra) e al tasso di sconto sempre troppo alto; ai mutui ballerini e ai
benefit milionari per coloro che rovinano i nostri capitali; alle veline e
alle culone dei grandi e piccoli fratelli televisivi; ai famosi e alle talpe
portate a modelli per corrompere ed ottundere coscienze; a riforme
inesistenti e a tagli indiscriminati di servizi utili alla gente; alle
prediche e alle prefiche di turno sui predellini, scortati dalla polizia, ai
tentennamenti eterni del partito democratico, ai teodem e teocon, ai rinvii e
alle croniche assenze di decisioni; alle fughe in avanti e ai tradimenti.
Abituati a non melmosa delle ingiurie alle nostre intelligenze che cola a mo’
di blob sui nostri passi quotidiani. E come qualcosa che si aspetta che
arrivi, sempre la stessa, come una droga, senza la quale pare che ti manca
sempre qualcosa. A questa condizione di dipendenza, a questa coazione a
ripetere e a desiderare le stesse solite cose ci hanno abituati da tempo. Ed
hanno spento sinanche la capacità di resistere alla noia,facendola accettare
come condizione appagatrice del non senso e come giustificatrice del
disimpegno. Pare che si ripeta la sindrome pensare, rimbambiti dalle
grancasse del potere , non riusciamo più a indignarci o a selezionare la massa
della profezia che si avvera, come qualcosa che, a furia di predirne la
venuta, ci si predispone ad accettare quando arriva, senza intervenire sul
come, quando e quale sarà confacente alle nostre aspettative. Sì, le
aspettative. Al punto in cui si è arrivati, di aspettative “altre” è difficile
individuarne.
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10/12/2008