La Voce del Quartiere

IL CORAGGIO DELL’ ONESTA’

di Luigi Antonio Gambuti

C’è poco da dire. Non c’è mai limite alle sorprese; non c’è punto d’arrivo che possa mettere la parola fine a una deriva scandalosa ormai endemica del nostro Paese, che si propaga e si insinua maleficamente nell’alveo sempre più infetto del quotidiano fluire delle nostre azioni.

Abbiamo scritto della corruzione dilagante, di recente, e l’abbiamo descritta come la metastasi di un corpo lacerato, là dove nessun organo può sentirsene escluso. Ed abbiamo paventato l’avvento della terza fase, dopo quella dei mariuoli e dei birbantelli; la fase definitiva (anche se non si sa quando e come potrà mai finire la miseria umana) che avrebbe sancito la morte della democrazia e con essa la caduta di ogni valore, per lo sfilacciamento inarrestabile della trama costituita dalla comunità organizzata

Oggi siamo arrivati ancor più a sorprenderci per quanto autorevolmente e con la chiarezza comunicativa che lo distingue, ha detto il Capo dello Stato in riferimento alle condizioni delle nostre relazioni sociali. Sorpresi e sgomenti per l’analisi amara della realtà così come rappresentata; tuttavia ancora fiduciosi nella tenuta forte dei livelli democratici del Paese se così forti mani e lucidi pensieri stanno a presidio delle libertà e della democrazia. Nel Salone dei Cinquecento al Quirinale, Napolitano, nel celebrare la festa delle donne, ha detto "in un contesto degradato, in situazioni di diffusa illegalità, essere ragazzi e ragazze perbene , realizzarsi moralmente, richiede talvolta sacrifici e coraggio. E’ bello il luogo nel quale per essere buoni cittadini non si deve esercitare nessun atto di coraggio". Parole dure, chiare, che dovrebbero essere monito per i giocolieri della politica e segni di speranza per chi crede ancora nella redenzione umana.

Qui non si tratta solo di denunciare il malaffare della politica come patologia portante della decomposizione istituzionale che va compiendosi per le azioni sciagurate dei rappresentanti più o meno significativi dell’apparato dello Stato; qui non si tratta più di indignarsi per le leggi ad personam e per l’ultima, in ordine di tempo, offesa grave recata al sistema elettorale, per uscire dal tunnel in cui si sono cacciati; qui non si tratta più di vergognarsi per le vicende del sempre eterno inarrivabile potente che fa strame di tutto ciò che può arrecargli danno sia in termini economici, sia in termini politici; qui si tratta di recuperare e far valere i sentimenti più profondi della gente, di quel sentire laico cristiano che ci ha alimentato e sorretto da secoli e millenni e sul quale abbiamo faticosamente costruito la nostra storia in progress, verso una civiltà di costumi e di rapporti sempre più raffinati e sempre più rispettosi dei valori di libertà, uguaglianza e solidarietà.

Dove siamo arrivati se il Presidente della Repubblica ha dovuto dire quelle parole? E’ mai possibile dover essere disposti al sacrificio e dimostrare coraggio per realizzarsi moralmente come persone perbene?

A questo siamo arrivati perché da qualche tempo si sono allentati i freni della vigilanza istituzionale.

Quando la politica fa quello che da qualche decennio a questa parte sta facendo mortificando ruoli, funzioni e competenze, sporcandosi le mani senza vergognarsi, piuttosto prevaricando con arroganza e supponenza; quando la chiesa sconta al suo interno vicende che mai dovrebbero toccarla per non incrinare il delicato equilibrio tra la professione di fede e le insidiose vicende secolari; quando la scuola, smarrita mortificata e vilipesa viene perennemente sottoposta ad operazioni riformistiche che ne snaturano identità, funzioni e contenuti; quando la famiglia si alimenta di atmosfere che nulla hanno a che vedere con sani e costruttivi rapporti parentali; quando la televisione si riduce a megafono delle più squallide rappresentazioni di realtà personaggi e storie di bassa tensione etico - morale, che altro ci si può aspettare se non lo sfascio e il degrado in cui siamo precipitati?

E’ proprio vero, allora, che " in questo contesto degradato essere ragazzi e ragazze perbene, realizzarsi moralmente, richiede talvolta sacrifici e coraggio" come ha detto il Presidente.

Come uscire da questa avvilente situazione? Di sacrifici pare che i cittadini italiani ne stiano facendo fin troppi , a cominciare dalle precarie condizioni di normale vivibilità. Vuoi per la crisi economica di livello internazionale, da noi aggravata da politiche non sempre adeguate per affrontarla con la dovuta fermezza e lungimiranza; vuoi per la cesura di migliaia di posti di lavoro in tutti i settori del comparto produttivo, cosa che ha messo in ginocchio migliaia di famiglie; vuoi per lo scadimento dei livelli di relazione che ha innestato nel tessuto sociale un individualismo esasperato e distruttivo, non si può negare che i sacrifici evocati dal Presidente siano poi tanto lontani dall’esser patiti. Sono dati di realtà, non c’è che dire. In quanto al coraggio, per quanto ci si giri attorno, non se ne vede traccia più di tanto. Pur di mantenere il cadreghino o di salvare la faccia per non dire d’altro, il coraggio è cosa che non ci appartiene e come il povero don Abbondio, dobbiamo dire che c’è poco da fare. Se uno non ce l’ha non se lo può inventare.

Che fare allora? Credere, come ha detto Napolitano, in una democrazia rispettabile come luogo dove non si deve esercitare alcun atto di coraggio per essere buoni cittadini. Credere, non solo, ma operare, perché una democrazia rispettabile venga realizzata e vivere senza dover porre in esercizio nessun atto di coraggio.

       13/03/2010