La Voce del Quartiere
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Dalla notte delle barbarie alla luce della speranza di Si dirà. Ma, non è solo Napoli, la città in vivibile, gravata dai problemi, una realtà drammaticamente complessa sì che non si riesce a capire come e quando si potrà mettere la parola fine allo sfascio sociale, etico e politico che l’ ha ridotta in frantumi. Si dirà. Ma per noi che di Napoli e della sua terra respiriamo l’ aria e ne sentiamo gli umori e gli odori, non riesce facile a trovare una via di soluzione, una qualsiasi, ai suoi atavici problemi, se non ci aggrappiamo fiduciosi alle funi della speranza e a quella voglia di vivere, comunque, che ha fatto dei napoletani un popolo eroicamente vocato al divenire, sempre in attesa di qualcosa, mai disperato e mai arreso. Ne abbiamo ascoltato e letto di tutto in questi giorni, se non ne siamo stati protagonisti inconsapevoli, testimoni di un tempo difficile che ci annoda tutti in una catena di malessere e di disagio. Nella cosiddetta società liquida, là dove il pensiero debole fa sfumare ogni contorno e rende vana ogni classificazione, rendendo fuori luogo e remoti nel tempo i canoni delle antiche certezze, che, checché se ne dica, hanno costituito l’ asse valoriale portante per generazioni e generazioni, la gens napoletana si trova suo malgrado a registrare non tanto l’ auspicata flessibilità, antropicamente considerata, come leva per vivere la post-modernità e riadattare il proprio stile di vita alle nuove esigenze dettate dalla globalizzazione, quanto ad accartocciarsi nei meandri di una cultura lazzara e cafona, prepotente e supponente che non ha avuto eguali nella storia e che non trova oggi compagnia nelle pur criticabili e difficili realtà metropolitane che le fanno da corona. A volo, una carrellata di fatti che ci hanno inchiodato alla croce della criminalità e della critica che meritatamente ci hanno elargito. Una donna picchiata da altre donne, spettatori divertiti i compagni di queste ultime, solo perché la poveretta reclamava di poter uscire dal cancelletto della propria abitazione ostruito dall’ auto delle picchiatrici ; una donna uccisa per vendetta, colpevole di aver difeso il diritto di testimoniare, oltre che il dovere, per ottenere giustizia per lo stupro della propria bambina. Il compenso per assassinarla ben poca cosa: cinquemila euro o giù di lì, tanto per significare quanto vale la vita umana dalle nostre parti. A Chiaia, coltellate da movida per uno sguardo di troppo, come nei paesi arretrati di una volta , dove guardare con interesse rappresentava una sfida da non lanciare per non essere massacrati. Così dappertutto , oggi, specie tra i giovani, specialmente quando in branco occupano e devastano i territori prepotentemente colonizzati. Specie quando in auto si deve far finta di niente per subire prepotenze e non reagire per tornare indenni alla porta di casa. E’ tornata l’emergenza rifiuti. Qui, solo da noi, in questa valle racchiusa da montagne violentate, sotto un cielo annebbiato da diossine, nelle strade ridotte a pattumiera. Si ha voglia di dire che tutto era finito. Si è ritornati daccapo perché così si vuole là dove si puote e più non dimandare. In un tempo di impunità diffusa, là dove solo chi "sa farsi gli interessi" è degno di stima e di riverenze, la persona normale e/o quella cosiddetta perbene non trova legittimazione alcuna. Resta al palo, sempre, incatenata al suo silenzio, tra il vociare scomposto dei soliti tromboni ambiti ed applauditi. Votati e riveriti. E’ questa Napoli? E’ questa la terra dei nostri calpestii, è così ridotta "città disgregata e sventrata la capitale lazzara ma sontuosa di un regno mal definito dai vincitori; è questa la terra delle sirene così come è stata incoronata da poeti, cantori e scrittori sognatori comuni?" E’ un canto disperato e nello stesso tempo di speranza quello che s’ ascolta leggendo le parole scritte per Repubblica da Vincenzo Spagnuolo Vigorita. Lo abbiamo riportato come esempio di condanna civile per un degrado che ci responsabilizza tutti (dovrebbe) e come auspicio per guardare avanti e rifondare la città nuova, là dove la presa di coscienza dei mali che ci siamo procurati dovrebbe squarciare gli orizzonti e rinverdire la speranza. "Oggi si scorge appieno la vita incivile di un territorio governato dalle leggi del male e della sopraffazione. Non siamo tutti eroi omerici, ma riattiviamo l’ingegno e la sensibilità per l’incanto naturale, l’armonia e l’equilibrio prodotti dalla bellezza. Nello scempio generale la bellezza rimasta deve valere per le regole che ispira: dell’armonia, della proporzione, della disciplina di quanto non ancora imbarbarito del nostro spirito." Non viviamo in questa "terra incomparabile (dove) vennero a morire e riposare Palinuro, Miseno, il mago Virgilio? Qui Posillipo dà pace agli affanni, qui la Sibilla azzardava il futuro; qui gli Inferi eruttavano castighi attraverso il fuoco dell’Averno e i fumi della Solfatara. Nell’otium di Baia l’aristocrazia del mondo sposava filosofia e arte militare." Così scrive l’autore sopra riportato e noi ne condividiamo l’amarezza dell’analisi e la gioia della speranza. Perché "nella notte della barbarie uno spirito memore, può, tra mille difficoltà, ritrovare la forza per risalire anche nel segno di un mito – quello delle sirene - che si rintraccia ancora e suona ancora condanna degli idoli falsi che ci rubano l’anima". 03/10/2010 |