La Voce del Quartiere
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DEL PREGIUDIZIO DELLA DIVERSITA’ di Luigi Antonio Gambuti Non ci è mai piaciuto il direttore de IL GIORNALE, né per la sua faccia indisponente (che mette male, provoca reazioni inamichevoli), né per ciò che scrive nei suoi editoriali. Questa volta, tuttavia, non si può fare a meno di condividere la sua presa di posizione nei confronti del periodico tedesco che ha dedicato un infelice servizio alla tragedia della Costa Concordia. Il Der Spiegel ha, in sostanza, scritto che noi Italiani siamo persone da evitare perché non siamo una razza. Con loro, i Tedeschi, la tragedia non sarebbe mai capitata , perché gli Schettino possono esistere solo tra noi. Mai da loro. A noi Schettino, a voi Auschwitz, ha titolato Sallusti. Ancora una volta il pregiudizio di razza ha trovato l’altare su cui celebrare la propria nefasta liturgia. Ancora una volta. Ma quante volte il pregiudizio ha determinato inammissibili contrasti fra diversi non si può facilmente immaginare. Già noi ne fummo giovanissimi, innocenti destinatari. Quando scoprimmo che sul nostro cartellino anagrafico del Comune di residenza c’era stampigliato "razza ariana", ci chiedemmo il perché di quella strana precisazione. Era il tempo delle leggi razziali che sposavano il pregiudizio hitleriano nei confronti degli Ebrei e di tante altre categorie di persone che, a dire del Fuhrer, rappresentavano tutto il male del mondo. E fummo testimoni di una sanguinosa, feroce e assurda soluzione. Oggi, a distanza di tanti anni e dopo decenni di sviluppo democratico e di conquiste tecnologiche, in un mondo globalizzato e senza frontiere, leggere ancora del pregiudizio razziale così marcato, sentire qualcuno che ritiene – si vanta?- di appartenere a una razza superiore, fa semplicemente rabbrividire, se non arrossire di vergogna. Siamo consapevoli testimoni del tempo e procediamo fra i ciottoli della storia, convinti che ogni tanto i passi possano inciampare e farci ricadere nella polvere che credevamo spazzata via per sempre. Così purtroppo è stato, se siamo ancora a registrare episodi del genere. Un episodio che, tuttavia, ci dà lo spunto per qualche riflessione sulla questione della diversità non soltanto razziale, quanto anche e soprattutto della diversità di censo di appartenenza sociale, di potenzialità economiche e del modo di interpretare e vivere la vita. E dei pregiudizi che queste diversità rafforzano. Archiviato l’incidente dello Spiegel nella cornice di un odio antico e di una vicenda etnico – culturale mai risolta, guardiamoci dentro e diamo risonanza alle questioni che ancor oggi dobbiamo risolvere in merito al concetto di diversità, coniugato in tutte le sue sfaccettature. Ciò, nella speranza che il pregiudizio di fondo che le alimenta possa essere debellato e cassettizzato nello scantinato delle cose perdute. Come si può definire, se non pregiudiziale, l’atteggiamento di un Borghezio che invitava a sparare sui clandestini per farli affogare prima che giungessero a riva? E, quel sottile e velenoso, nella sua ironica e supponente superiorità, definire abbronzato il presidente Obama da parte di un personaggio che tout court credeva di essere l’unico, l’unto,il bello ricco e potente tombeur des femmes al di sopra e prima di tutti? Il pregiudizio della diversità, letta tutta in chiave negativa come dimensione che allontana e, quindi,separa e discrimina l’individuo dalla classe di appartenenza, si fa sentire tuttora in tutte le occasioni in cui l’uomo, come persona e come cittadino, vive la sua esperienza di vita. La diversità individuale è stata riconosciuta e tutelata dalla legge , considerata addirittura una risorsa per la comunità, la diversità sociale stenta a trovare dignità di genere e, quindi, acuisce le contrapposizioni e le prese di distanza, affievolisce i sentimenti di solidarietà e mette in conflitto ciò che dovrebbe essere fondamento di sintesi e di cooperazione. Chi non riconosce, ancora oggi, quanto perdura il pregiudizio delle popolazioni settentrionali nei confronti delle popolazioni meridionali? Se lo Spiegel ha rimarcato la differenza tra la razza teutonica e la razza italica, non da meno fanno i polentoni nei confronti dei terroni per riaffermare la diversità " pregiudiziale " fra le due etnie e reclamare interventi che legittimino le differenze e le rimarchino, per privilegiare categorie e stili di vita che si ritengono superiori nei confronti di altri stili di vita e comportamenti connessi che si respingono come palla al piede per lo sviluppo del Paese. Chi non riconosce e chi non ricorda quanta letteratura e quanta supponenza corrosiva si è registrata sulla diversità, pregiudizialmente impostata, tra i signori delle città e i cafoni delle campagne? E tra gli abitanti di un quartiere e gli abitanti di un altro della medesima città? Chi non è stato risparmiato da una rimarcatura inquietante, quando è stato definito montagnolo o al peggio, no, non sono napoletano, io abito al Vomero? E chi può negare il disagio esistenziale indotto da una comunità che qualifica diverso, solo perché si abita in un quartiere popolare di periferia o della ricostruzione e non in un condominio di lusso col portiere? Che la diversità tra le classi e le persone ci sia è cosa indiscussa ed è, comunque, una risorsa per la movimentazione sociale e culturale. Non v’ è dubbio che la storia dell’ umanità non ha mai conosciuto l’ appiattimento sull’ uguaglianza che ne avrebbe determinato l’ arretramento e l’ estinzione. Che il pregiudizio sia il fondamento dei conflitti e dei disastri non si può negare, perché alimenta in negativo ciò che la diversità determina come sua rappresentazione. Allarmiamoci, allora, per le parole del periodico tedesco e " giustifichiamo" la crudezza del direttore Sallusti, in una vicenda che si è verificata, manco a farlo apposta, nei giorni della memoria della fine della Shoah. Nel mentre, per così dire, facciamo tesoro dell’accaduto. Ricominciamo a pensare, da singoli e come comunità, quanto danno hanno provocato e provocano ancora i pregiudizi della diversità letta in chiave razzista e impegniamoci nell’esercizio della riflessione, per ponderare il peso della responsabilità individuale nella costruzione del solco che divide.
05/02/2012 |