La Voce del Quartiere
|
DAL BUNGA BUNGA AL BIG BANG di Luigi Antonio Gambuti Ma tu ci credi ancora nella speranza? E’, questa, una domanda che spesso mi viene rivolta con insistenza tale da sollecitare una risposta. Tenteremo di farlo, convinti che i margini di fattibilità siano ben poca cosa nel marasma generale che investe e pervade di sé istituzioni, uomini e cose. Guardandoci attorno non troviamo punto, luogo, situazione cui poter agganciare il nostro filo e da qui ripartire, per rispondere con i fatti più che con le parole alla domanda iniziale: credi ancora nella speranza? Si trova il vuoto assoluto, nessun dato reale, niente che possa innescare un processo virtuoso, sereno e competitivo per raggiungere obiettivi possibili e programmati. Nel vuoto assoluto trova dimora il silenzio assoluto; un sentimento di estraneità che spaesa chi si interroga e che induce quei pochi che hanno qualche residuo di certezza ad intraprendere iniziative tali da rappresentare una forzatura del sistema e un vulnus delle garanzie istituzionali. Si guardi al referendum FIAT della scorsa settimana. Al netto delle tante letture delle motivazioni, delle prese di posizione e dei risultati, resta un dato di realtà ineludibile: nella mortificazione di alcuni consolidati diritti sindacali e delle imprescindibili garanzie democratiche, si è sancita una autolesionistica perdita di libertà a favore della certezza del sacrosanto, vitale tozzo di pane e (poco) companatico. Si poteva arrivare a mantenere il posto di lavoro in tutt'altra maniera senza che si arrivasse all’umiliazione di una categoria di persone che con il sudore della fronte e con le mani spaccate ha costruito le colonne portanti del Paese. Altro non diciamo perchè detto da altri e con maggiore autorevolezza. Un solo invito facciamo arrivare ai soliti panciuti benpensanti che reputano "normale" l’operazione messa in campo da Marchionne e considerano legittima la minaccia di trasferire altrove la più grande azienda del Paese a cominciare dal Capo del Governo. Rivisitiamo un film bianconero del 1936, il capolavoro di Charlie Chaplin che sembra scritto e fatto ieri, tanta e tale è la sua attualità. Tempi Moderni è la condanna di ciò che oggi col nuovo patto (ricatto) referendario si è siglato in casa FIAT. "I gesti ripetitivi, i ritmi disumani e spersonalizzanti della catena di montaggio minano la ragione del povero Charlot" - si legge nella presentazione del film. Qui si condanna l’alienazione da lavoro, là dove l’uomo diventa cosa fra le cose, reificato, secondo la felice lezione marcusiana. Vorremmo che tutti vedessero quel film per rendersi conto di ciò che è una catena di montaggio e dopo, solo dopo, chiedere conto del loro punto di vista. Perchè matrigna televisione non lo mette in onda? Sarebbe un grande servizio alla verità, visto che se ne parla tanto senza sapere di cose che toccano fortemente la dignità e la salute della persona. Questo solo l’unico fatto di rilievo nel silenzio assoluto delle istituzioni, in special modo da parte dell’esecutivo, che niente ha fatto per far sentire la sua voce. Del resto, nulla di rilevante per il bene della collettività organizzata. Si registra il solito copione, recitato sul palcoscenico ormai logoro di un teatro sempre più mistificato, lontano dagli spettatori. A tutti i livelli le solite manfrine. A destra le solite sconcertanti rappresentazioni. Il Cavaliere "fidanzato" viene pesantemente chiamato a dare conto delle sue frequentazioni e questa volta, si presume, con prevedibili spiacevoli conseguenze per l’utilizzatore finale. Tutto ciò da parte dei soliti giudici persecutori "comunisti", più di sempre agguerriti e decisi a sferrare la stoccata mortale. Una sola è la speranza, nella quale si spendono le ultime risorse di una comunità frastornata e francamente delusa dalla classe politica. Speriamo che questa sia l’ultima recita dell’osceno teatro fassbinderiano per recuperare e mantenere quel poco di dignità e di pudore che c’è rimasto in mezzo a noi. Sarà forse l’ultima contesa che non lascerà superstiti, a nostro avviso. Se vince il Cavaliere con la cricca dei suoi ossessionati servitori, sarà la fine della partita democratica giocata sulle sorti di tutti gli Italiani. Si prospetta, per tale ventura, un futuro sudamericano là dove una classe dirigente fatiscente e debosciata, è assurta a modello ed apprezzata perché capace di soddisfare gli interessi suoi e come tale da additare ad esempio per coloro che stanno al di fuori della stanza dei bottoni. Se, di contro, dovesse vincere il partito dei "giudici comunisti", al di là di aver fatto finalmente chiarezza sui misteri e celebrata la giustizia, messo fuori uso l’armamentario politico-clientelare che da decenni sta facendo strame del decoro e delle sorti del Paese, ci troveremo di fronte ad un problema di enormi dimensioni. Chi riempirà il vuoto che si verrà a creare? Chi siederà sulle poltrone e si farà carico delle leve del comando? Se ci si ferma sul problema c’è da rimanere sconcertati. A sinistra non si canta il bunga – bunga; non vi sono servi d’alcova né procacciatori di veline. A sinistra, tranne le parole, non c’è più niente. Tranne le liti, i dissensi e i distinguo, non si riscontra niente di reale, toccabile, positivo. Ci si dibatte, ci si scassa e ricompone a seconda delle convenienze. Non c’è coraggio, né presenza, per i troppi galli a cantare, che dia certezza dell’alternativa al fine di recuperare il poco che è rimasto di buono dopo lo sfascio berlusconiano. Non facciamo nomi, per carità. Sia a Roma che più vicino a noi non si riesce a tracciare una pista di lavoro; non si ascoltano parole chiare , non si riesce a trovare la persona giusta che ci porti fuori dal pantano. E del Terzo Polo? Del cosiddetto Polo della Nazione? Sono costoro pronti ad affrontare il nuovo che avanza e con parole nuove, non riciclate, e senza puzza al naso, saranno pronti a farsi carico delle responsabilità che si affideranno nelle loro mani? Domande forti alle quali non si riscontra eco nel vuoto assoluto che si è creato intorno a noi. Domande che cadono sugli spalti di un Paese moralmente devastato, nelle relazioni di una comunità inchiodata a permanere nel nulla per tanti anni, in una povertà incipiente e ricorrente; in una cultura fondata nel fondoschiena di mammifere di lusso, frastornata dai canti di sicofanti di mestiere, attonita e stanca per il troppo assecondare. Torniamo alla domanda iniziale. Ma tu ci credi ancora nella speranza? Sic stantibus rebus, qui, se non accade qualcosa di speciale, c’è poco da sperare. 23 /01/2011 |