La Voce del Quartiere
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DEL DIRITTO? di Luigi Antonio Gambuti La legge, principio regolatore dei comportamenti umani, "fondamento di tutela delle condizioni essenziali della convivenza civile"(Devoto-Oli), è un valore imprescindibile che non deve (dovrebbe) essere messo in discussione nella sua valenza di oggettività, imparzialità e generalità. E, siccome essa è la sostanza stessa del diritto, che si rappresenta come un complesso di norme imposte con i provvedimenti che la legge stessa dispone, deve(dovrebbe) essere uguale per tutti, così come si legge nei tribunali del Paese. Ciò per dare certezza di diritto e garantire la regolare e civile convivenza tra le persone che vi sono assoggettate. Si rileva, oggi, nel marasma etico-socio-politico-culturale e nello stress determinato dalla pesante congiuntura economica, la costante della certezza del diritto, esercitato in tutte le sue fattispecie? Qualche dubbio in materia ci sorprende, perché la storia ci ha fatto testimoni di alcune esperienze al riguardo. L’ "incertezza" del diritto ha sempre rappresentato la debolezza del sistema, perché chi ci gioca riesce sempre a trarne qualche vantaggio. Essa è stata , da sempre, la piaga che ha determinato la disparità di opportunità e di eguaglianza che la legge, come sopra recitato deve (dovrebbe) garantire, onorando gli onesti e punendo i trasgressori. Già negli anni ’60, la manipolazione della norma fu giocata a favore di una categoria che, per suo disposto, non doveva fruire di una determinata opportunità:al concorso per direttori didattici, secondo l’ordinanza ministeriale che lo bandiva,non potevano partecipare i laureati in lingua straniera. Alcuni laureati vi parteciparono con riserva (è la più consolidata scappatoia per aggirare il disposto della norma) e, voilà, furono dichiarati vincitori di concorso alla stregua di coloro che vi avevano partecipato con i requisiti previsti dal bando ministeriale. Negli anni ’70 fu bandito il concorso per ispettori tecnici nella scuola materna. Secondo l’ordinanza non potevano parteciparvi i direttori didattici in servizio, anche se caricati della gestione del settore. Che successe? Alcuni direttori furono ammessi a partecipare"con riserva"e, superate le prove, divennero ispettori tecnici a tutti gli effetti. Oggi, questione di qualche giorno addietro, all’indomani delle prove selettive del concorso per dirigenti scolastici, si sono verificate le stesse ambigue condizioni. I Tribunali Amministrativi Regionali e il Consiglio di Stato hanno "giocato" sulle aspettative di centinaia di candidati assumendo decisioni contrastanti e , a dir poco, sorprendenti. La certezza del diritto ancora una volta era stata messa in discussione e , dopo alterne vicende, pareva che tutto fosse stato riportato nell’alveo della "normalità", respingendo i ricorsi presentati da centinaia di candidati. Che succede? A meno di 24 ore dalle prove scritte, il TAR della Campania accoglie il ricorso di circa 200 candidati sconvolgendo la pregressa, freschissima giurisprudenza dettata dai TAR del Lazio e della Puglia e della sesta sezione del Consiglio di Stato, determinando, in modo a dir poco scandaloso, l’epicedio della certezza del diritto. Che dire di queste tre faccende che riguardano il mondo della scuola dove la legalità deve (dovrebbe) essere l’asse portante di tutta l’esperienza formativa? E cosa faranno, o diranno di se stessi, quei maestri, quei direttori e i recenti aspiranti al posto di dirigente scolastico che avevano creduto nella certezza del diritto e nella severa imparzialità della legge? Quanto gli è costato il rispetto delle norme? E cosa dirà di sé il sindaco di Catania che si è dimesso da parlamentare per rispettare la sentenza della Corte Costituzionale che disponeva dell’incompatibilità delle cariche -sindaco e parlamentare- in determinate condizioni? Aveva creduto nella certezza del diritto, e si è fatto da parte . Altri due sindaci, grazie ad un manipolo di nominati che nella giunta per le elezioni del Senato hanno interpretato la sentenza della più alta Magistratura dello Stato in maniera diversa, continuano ad esercitare i due mandati, come se niente fosse stato stabilito. Cosa ne farà del suo rispetto per la legge il sindaco siciliano? Come si dovrà considerare la sua scelta? E tutti coloro che hanno operato nel rispetto della norma, cosa diranno per le amnistie ed i condoni, per le sanatorie e gli scudi, per gli sconti e le prescrizioni che in questo Paese tratteggiano da sempre il quotidiano vilipendio dello Stato di diritto, che dovrebbe tutelare le condizioni essenziali della civile convivenza? Cosa diranno i furbi impuniti e garantiti in presenza degli onesti e degli intemerati? A tutte queste domande vorremmo che ognuno, nel darsi una risposta, riflettesse su un inconfutabile dato di realtà: le condizioni precarie dell’economia del Paese e la difficile tenuta democratica delle istituzioni. Prima che sia troppo tardi, parafrasando Aldo Capitini, diciamo che c’è qualcosa di più grave di una deriva autoritaria: quella pre-autoritaria, come quella attuale, quella cultura che rende possibile la dittatura-oggi, quella dei capitali- preparando una classe di uomini che non sanno riconoscerla quando arriva, perché capiscono poco di politica e di economia ed hanno scarsa dimestichezza con le magistrature. Una quotidianità vissuta come alfabeto di vita e di conoscenza della legalità pare essere l’unica strategia per ripristinare la certezza della norma, a garanzia dei diritti di tutti e di ciascuno.
09/01/2012 |