La Voce del Quartiere
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C’ERA UNA VOLTA LA SCUOLA di
I giochi sono finiti. Troppi, tanti bocciati. La banda gelminiana conta e vanta i suoi morti come trofeo per aver impostato una scuola più seria e rigorosa. Quali i presupposti pedagogici di tale impostazione? Quali i quadri culturali di riferimento? E quali i profili valoriali e i quadri normativi posti a fondamento dell’agire didattico-docimologico di chi doveva esercitare la funzione di verifica,controllo e valutazione delle abilità conseguite, considerata come struttura portante dell’azione didattica e funzione regolatrice della stessa per realizzare una progettualità consapevole e responsabile? Per quanto ne sappiamo, dietro lo scempio di capitale umano che si è perpetrato c’è un deserto spettrale, abitato solo da qualche rigurgito autoritario e da tanta tantissima approssimazione normativa. Da tanta tantissima inconsistenza culturale. Una volta, quando la scuola era una cosa seria e si poneva dalla parte di lui,del discente visto come protagonista del processo educativo, si sforzava di trovare strategie per essere all’altezza delle aspettative delle giovani generazioni. La definimmo una scuola attraente, che si imponesse, pur nel rigore di una didattica seria fondata su un clima d’aula rispettoso di tutte le componenti che lo costituivano, di non lasciare morti lungo il cammino, per portare tutti al raggiungimento di una meta quanto più vicina possibile alle aspettative del singolo e consona alle domande del suo contesto di vita. Si auspicava una scuola su misura, tutt’altro che letto di Procuste, seria e ricca di attenzioni; non certamente una scuola "aperta" come quella attuale, ricca solo di soldi sprecati, di energie disperse e di risibili inconsistenti contenuti. Ci si sforzava,da parte di tutti, di realizzare una scuola essenzialmente attenta all’alunno, impegnata con amore competente per la promozione integrale della sua personalità, comunque essa si costituisse. Si trattava di costruire, dinamicamente, una scuola in cui c’era spazio per tutti, belli e brutti, sani e malati, ricchi e poveri, sì che si recitava lo slogan di una scuola di tutti, per tutti e gestibile da tutti. Ci si riferiva ad una linea pedagogica forte delle sue radici culturali che nella democrazia partecipata trovava la sua legittimazione, che passava dal dare servizio a tutti, indistintamente (scuola liberale), al compito di aiutare ogni alunno, singolarmente preso, perché conseguisse quei traguardi che gli erano possibili,purchè tutti, scuola famiglia e istituzioni, si impegnassero a rispettarne le vocazioni, i ritmi di crescita, le capacità di apprendimento, gli interessi e le difficoltà di ordine psico-socio-culturale (scuola democratica). Si rifletteva sugli esiti del rapporto Faure, sulle indicazioni di Torsten Husén , "dare a tutti le stesse possibilità di ricevere un trattamento diverso " e sulle riflessioni di Don Milani, il quale sosteneva che non c’è peggiore sciagura che "fare parti uguali fra diseguali". C’erano, e per fortuna ci sono ancora, quei docenti illuminati che credevano e credono nella scuola come elemento di liberazione dalle emarginazioni sociali e culturali. Quei docenti che oggi, travolti dall’onda lunga dello tsunami della progettualità fasulla e delle performances spettacolari (ciò che conta è la visibilità per cui chi non appare non è!), dello sperpero non solo di risorse finanziarie quanto di quello più prezioso di capitale umano, quei docenti fanno fatica a trovare riconoscimento e legittimazione in una stagione politico-culturale che tutto fa fuorchè privilegiare lo sforzo intellettuale e la sfida che le ragioni della globalizzazione pongono quotidianamente sullo scenario internazionale. C’era la scuola dello sforzo reciproco, tra alunni e docenti, del rapporto alla pari, dell’accompagnamento solidale lungo il percorso dell’insegnamento-apprendimento; c’era la scuola che del prestigio e della specificità faceva la differenza tra le tante scuole parallele. C’era la scuola che si mortificava per la caduta dei suoi protagonisti. Anche di uno solo, perché rappresentava l’elemento di una sconfitta da addebitare a se stessa e non ad altri. Anche di uno solo, perché rappresentava l’elemento di una sconfitta da addebitare a se stessa e non ad altri. C’era la scuola ispirata da filosofi e pedagogisti; controllata da gerarchie rigorosamente selezionate e produttivamente selettive, c’era la scuola degli Ispettori centrali e periferici, della visita didattica e del verbale di visita, del rapporto informativo e delle note di qualifica per tutti, dirigenti e docenti di ogni ordine e grado. C’era la scuola seria, non una scuola ballerina, insicura , perennemente calabragata e oggi, per tesi gelminiana, una scuola derisa,oggettivamente scadente, maldestramente organizzata e diretta. C’era la Scuola, Signora Gelmini, quella che ha fatto Lei e che ha fatto tutti noi. Lasciamo che quella scuola riprenda il suo cammino serio e rigoroso, d’accordo, ma che lo sia per tutti, nessuno escluso.
21/07/2009 info@lavocedelquartiere.it
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